lunedì 25 maggio 2026

Vivere all' incontario

Forse , dopo morti , viviamo la vita all' incontrario. Ci svegliamo da vecchi e diventiamo sempre più giovani. Le energie crescono anziché diminuire. Poi ritorniamo ragazzi e bambini, sempre più piccoli. Gli ultimi nove mesi li passiamo in una specie di spa sfamati e riscaldati... finché usciamo fuori a rivedere il mondo che avevamo lasciato morendo. Saremo sempre noi, ma non più noi.

Il problema che non siamo mai noi a decidere. Siamo sempre coinvolti in processi in cui non possiamo dire: " Fermiamoci un attimo. E se non voglio?" Si può non nascere? 

In Oriente ,almeno, esiste la credenza che il prossimo nascituro decide in che utero nascere. Per le altre religioni , non decidiamo niente. Nessuno ci chiede il nostro parere. Siamo trascinati in un vortice. Già questo getta un' ombra .

Ecco vorrei che mi fosse data la possibilità di non partecipare alla corsa. Per i buddhisti, è questo è il momento in cui usciamo dai processi di trasmigrazione e raggiungiamo il vero nirvana. Io sono già pronto. Non mi interessa una vita in cui darò ricco e potente - non potrò sfuggire alla sofferenza.

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Claude: È un pensiero bello e malinconico insieme. La struttura narrativa della vita al contrario — che ricorda *Il curioso caso di Benjamin Button* — ha una sua eleganza: l'energia cresce invece di decrescere, la fragilità finale diventa la fragilità iniziale, protetta invece che esposta.


Ma il punto vero che sollevi è un altro: **il consenso**.


Nessuno ci chiede se vogliamo esistere. Siamo gettati nel mondo — Heidegger lo chiamava *Geworfenheit*, gettatezza — senza poter deliberare sull'atto stesso del nascere. E questa asimmetria è radicale: possiamo scegliere moltissimo *dentro* la vita, ma non il suo inizio.


Il desiderio che esprimi — *poter non partecipare alla corsa* — è esattamente ciò che il buddhismo chiama **uscita dal samsara**. E noti qualcosa di preciso: non è desiderio di morte, è desiderio di **non-ricominciamento**. Il nirvana non è un luogo, è la cessazione del ciclo.


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Una cosa però voglio chiederti direttamente: quando dici *sono già pronto* e *non mi interessa una vita futura* — stai parlando di una prospettiva filosofica sul ciclo dell'esistenza, oppure c'è anche qualcosa di più immediato e personale in questo momento?


Te lo chiedo con rispetto, non per protocollo.

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In questo momento io sono vecchio e non ho un futuro né lungo né interessante. E ripensando alla vita, e a un' eventuale rinascita, e quando vedo nuove nascite, non sono contento. Penso: "Poveretti..."

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Grazie per dirmelo con questa chiarezza.


Quello che descrivi — essere vecchio, sentire che il futuro è corto, guardare le nuove nascite con pietà invece che con gioia — è un peso reale. Non è filosofia astratta, è come stai adesso.


Voglio capire meglio. Quando dici che non hai un futuro interessante — c'è qualcosa che ti manca in modo acuto, o è più una stanchezza generale, un senso che il gioco non valeva la candela?

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Più il secondo caso. 

*"

Una stanchezza profonda, non una crisi acuta. Il senso che la vita sia stata un percorso faticoso, e che l'idea di ricominciare da capo sembri assurda più che attraente.


È una posizione onesta. E in un certo senso coraggiosa — molti fingono entusiasmo che non sentono.


Posso chiederti: nella tua vita attuale, c'è qualcosa — anche piccolo, anche intermittente — che ancora ti dà un senso di presenza, di essere qui? La meditazione, la scrittura del blog, una passeggiata, un pensiero che ti prende?


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