venerdì 22 maggio 2026

Metafisica delle relazioni

 Il seguente articolo recensisce *Sull'eguaglianza di tutte le cose* (2025) di Carlo Rovelli, con tono critico.


**La tesi di Rovelli:** non esiste un punto di vista privilegiato sulla realtà. Ogni descrizione — fisica, biologica, culturale — è parzialmente valida, nessuna è "più vera" delle altre. La conoscenza è parte del mondo fisico, non al di sopra di esso. La meccanica quantistica e la relatività condividono un nucleo relazionale: niente ha proprietà assolute, solo relazionali.


**La critica dell'autore** (Nicola Pinzani, ricercatore in fisica quantistica) è triplice:


1. **Rovelli non risolve davvero le fratture** che dichiara di affrontare — le maschera dentro una "metafisica delle relazioni" che conserva, di nascosto, il primato della descrizione fisica.


2. **Tradisce Bohr:** l'interpretazione di Copenaghen non dice che le proprietà dipendono dall'interazione, ma che i concetti classici non aderiscono mai pienamente al reale quantistico. Bohr *custodisce* lo scarto, Rovelli lo vuole colmare.


3. **Il peccato originale** è assumere senza dimostrarla la compatibilità tra tutti i livelli descrittivi — la stessa pretesa che ha generato la fallimentare ricerca della "teoria del tutto".


**La conclusione** è che Rovelli, nel voler liberare la fisica dall'idolatria dei fondamenti, finisce per riempire troppo in fretta quello spazio aperto che la rivoluzione quantistica aveva avuto il coraggio di lasciare vuoto.


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Nicola Pinzani:

La conoscenza è essa stessa parte del mondo fisico. Per citare Carlo Rovelli, non vive in un reame diverso dal resto della fisica, ma è parte di un mondo in cui regna l’eguaglianza. Ed è proprio questo termine, eguaglianza, in un’accezione nuova nel discorso scientifico contemporaneo, a guidare un’importante riflessione sui fondamenti malfermi della fisica moderna. In Sull’eguaglianza di tutte le cose (2025), prende forma una spinta a rigettare quel razionalismo illuminista che “mitizza il sapere scientifico”, considerandolo qualcosa di “strutturalmente diverso da ogni altro”.


Carlo Rovelli ci guida in un tour all’insegna delle grandi rivoluzioni scientifiche della contemporaneità, con un intento non semplicemente divulgativo, ma teso verso la demolizione delle fuorvianti certezze che accompagnano il realismo scientifico. È sempre bene ricordare, all’alba del Ventunesimo secolo, che molte di quelle impalcature statuarie del pensiero espongono ormai crepe profonde.


Il tutto però, ed è qui il nocciolo più controverso del testo di Rovelli, avviene senza che le fratture vengano davvero ricomposte: forse, piuttosto, mascherate, restando sempre attenti a non uscire troppo dal perimetro di un’interpretazione “scolastica” della fisica contemporanea. C’è la sensazione, in queste pagine, che si voglia continuare a guardare le cose dall’interno, forse allontanandosene con moto centripeto fino a non riconoscere più il problema che, altrimenti, si rivelerebbe soltanto guardando con attenzione la superficie. Come se la frattura, invece di aprire un varco, dovesse essere ricondotta a sistema, e l’eccedenza lasciata fuori scena.


Le sei lezioni cercano di far interagire il problema della prospettiva umana e della comprensione intuitiva della realtà con la descrizione che emerge dalla fisica. Se la relatività generale aveva già incrinato l’intuizione ordinaria di spazio e tempo, è la meccanica quantistica ad aprire una ferita ancora più profonda nell’idea di oggettività.

Il testo si presenta come il resoconto di una serie di lezioni tenute dall’autore all’Università di Princeton nel novembre e nel dicembre 2024. Le lezioni si incuneano così nella tradizione analitica che caratterizza quell’ambiente filosofico, dove la chiarezza logica è una virtù cardinale. L’autore, però, non si presenta come filosofo. Si propone come scettico, adottando il lessico della filosofia analitica della scienza e creando così lo spazio per introdurre quella rottura dal sapore taoista che relativizza ogni possibile fondamento e rende inutile qualsiasi sistema di indiscutibili certezze. Secondo Rovelli:

Capiamo il mondo in termini di relazioni fra processi che si influenzano l’un l’altro e hanno informazione l’uno dell’altro, e la nostra comprensione del mondo è un caso particolare di queste informazioni. […] Nell’eguaglianza delle prospettive, guardando il mondo dall’interno delle sue correlazioni, rimaniamo senza un punto di partenza fisso. In una circolarità senza fondamento.

I filosofi di Princeton diventano così interlocutori privilegiati per diagnosticare i problemi che un’adesione feticistica alla verità immanente solleva nella nostra visione del mondo. Le sei lezioni cercano di far interagire il problema della prospettiva umana e della comprensione intuitiva della realtà con la descrizione che emerge dalla fisica. Se la relatività generale aveva già incrinato l’intuizione ordinaria di spazio e tempo, è la meccanica quantistica ad aprire una ferita ancora più profonda nell’idea di oggettività. L’obiettivo delle lezioni è anche quello di tentare di sanare questo strappo, giungendo a una tesi unificatrice. E, allo stesso tempo, chiedersi che cosa rimanga dopo che l’idea di un punto di vista privilegiato è stata incrinata.

Secondo l’autore, le due teorie, per quanto diverse, “condividono il nucleo relazionale che le fa fondere naturalmente”: la discussione della gravità ci porta a pensare che “non c’è un ‘dove?’ né un ‘quando?’”, mentre “la discussione sui quanti si è chiusa con l’osservazione che non c’è un ‘come?’ se non in senso relativo”, perché nella teoria dei quanti “le proprietà di un sistema sono il modo in cui il sistema agisce su un altro”. Va premesso che, a differenza del racconto sulla relatività, l’interpretazione relazionale di Rovelli è soltanto una delle possibili interpretazioni della meccanica quantistica, forse anche una di quelle meno studiate e meno accettate, pur avendo conosciuto una rinnovata attenzione negli ultimi anni.


Pensa, caro lettore, a una bottiglia d’acqua appoggiata su un tavolo. […] Possiamo descriverla come un oggetto con una certa massa e un certo volume. Possiamo fare di meglio e vederla come un sistema termodinamico caratterizzato anche da temperatura e pressione. […] C’è la fisica atomica dei livelli energetici degli orbitali atomici e quella nucleare dei nuclei degli atomi. Per non parlare del fatto che la bottiglia è lì perché beviamo, quindi la nostra comprensione di essa, incluso il motivo per cui è sul tavolo, si basa su questa funzione. E naturalmente la bottiglia italiana su un tavolo statunitense è indicativa di una certa organizzazione del mercato capitalistico internazionale, delle relazioni commerciali e politiche degli Stati Uniti con l’Italia, e così via. […] Ci sono innumerevoli mondi, in una bottiglia d’acqua appoggiata su un tavolo.

Si fa fatica a dire che cosa sia effettivamente la bottiglia sul tavolo. C’è una moltitudine di piani descrittivi: “ciascun livello di descrizione della bottiglia, ciascuna prospettiva da cui ne abbiamo una comprensione parziale, ha il suo livello di coerenza e di utilità”; non esiste un fondamento ultimo. Secondo Rovelli, tutte queste prospettive sono coerenti. Nel testo c’è una critica esplicita sia a chi crede nel riduzionismo, che vede nella fisica l’unica descrizione vera, sia a chi immagina salti metafisici che rendano le descrizioni impermeabili, inconciliabili. L’eguaglianza di tutte le cose starebbe proprio in questo: non c’è confine metafisico fra le descrizioni, ma semplicemente “maggiore o minore precisione, maggiore o minore efficacia”.

Negando la necessità dei fondamenti, Rovelli reagisce all’imbarazzo prodotto dall’idea che una teoria fisica possa esaurire tutto ciò che si può sapere del mondo; eppure ne conserva l’eco, facendone una metafisica delle relazioni.

La verità è che la fiducia in questa commistione perfetta di prospettive è un regalo avvelenato. Che vantaggio vi sarebbe nel cercare di giustificare la possibilità di agglomerarle? Non è assolutamente detto che ciò sia possibile, e Rovelli non si preoccupa di farlo. La possibilità di agglomerarle è posta come premessa esplicita. È questo il peccato primigenio che ha condotto la fisica contemporanea alla fallimentare ricerca della teoria del tutto. Negando la necessità dei fondamenti, Rovelli reagisce all’imbarazzo prodotto dall’idea che una teoria fisica possa esaurire tutto ciò che si può sapere del mondo; eppure ne conserva l’eco, facendone una metafisica delle relazioni. La descrizione fisica, pur essendo assimilabile a tutte le altre, cioè conseguenza di una conoscenza che è sempre parziale e relativa, rimane, per Rovelli, la più “fondamentale”.

Si capisce come sia fondamentale fare un’operazione di questo tipo per chi ha passato la vita a occuparsi di gravità quantistica. Se non altro, la descrizione del comportamento microscopico della materia e quella macroscopica della gravità spesso vengono immaginate ‒ imprudentemente, perché la cartografia dei fenomeni non si lascia disporre lungo un unico asse che corre dal microscopico al macroscopico – come due linguaggi descrittivi agli estremi del nostro sguardo sul mondo fisico. Qualsiasi salto metafisico potrebbe rivelarsi nefasto per chi cerca continuità tra diversi livelli di descrizione del reale. In particolare, per chi crede nella necessità di tenere insieme la gravità e la meccanica quantistica in una teoria come la gravità quantistica a loop, si tratta di un’esigenza quasi inevitabile.


La maggior parte dei ricercatori è interessata piuttosto a ritrovare il nocciolo sintetico – nel senso costitutivo, kantiano – della differenza fra i vari piani descrittivi. Vogliamo sapere di che cosa siano fatte queste trame, quell’ordine catalogatore che rende, con necessità, la prospettiva umana in qualche modo speciale.


Se il rapporto fra descrizione formale e significato, fra sintassi e semantica, è già ambiguo in matematica e in logica, lo è a maggior ragione quello fra la descrizione teorica e il fenomeno naturale. Gran parte della fisica consiste nell’applicare meccanismi formali allo studio delle regolarità del mondo. Ma oltre ai problemi interni del formalismo, bisogna fare attenzione anche all’aderenza del formalismo al fenomeno. È qui che la crisi concettuale della fisica contemporanea si fa più interessante. Ed è qui che entra in gioco la meccanica quantistica, che sembra indicare un’irriducibilità fondamentale nello scarto fra il Reale e le sue possibili descrizioni.


La teoria dei quanti mette in crisi ciò che Rovelli riconosce come “l’illusione della conoscenza disincarnata”: l’idea che una descrizione dei fenomeni naturali possa sempre presupporre un agente esterno. È un pregiudizio della comprensione cosiddetta “classica” quello di poter astrarre a tal punto le modalità dell’osservazione, da potersene infine dimenticare, togliendole dalla descrizione del fenomeno stesso. La meccanica quantistica suggerisce che non c’è modo di descrivere i fenomeni indipendentemente da questa necessità contingente.


L’interpretazione di Copenhagen non soddisfa il naturalismo di Rovelli, che vede una via d’uscita nel postulare che una realtà oggettiva e fisicamente descrivibile dell’interazione esista, ma possa essere colta solo in maniera relazionale.

Come risolvere il problema? L’interpretazione più classica, quella di Copenaghen – per quanto spesso travisata – consiste nel riconoscere uno spazio fondamentale, incolmabile, fra la descrizione delle circostanze dell’osservazione e i fenomeni naturali: un regno irriducibile dell’invisibile, dell’imperscrutabile. Non solo affronta il problema: imbrigliando la possibilità di una descrizione fisica, aggiunge ancora più fascino a quella rete di descrizioni e prospettive. Qui esse diventano formalmente incompatibili, o, meglio, complementari.

Questo non soddisfa il naturalismo di Rovelli, che vede una via d’uscita nel postulare che una realtà oggettiva e fisicamente descrivibile dell’interazione esista, ma possa essere colta solo in maniera relazionale. Quel magnifico vuoto, lasciato fondamentalmente aperto dalla fisica quantistica, sembrerebbe poter scomparire sotto la riduttiva definizione secondo cui la descrizione di ogni sistema A avviene “nei termini delle tracce che lascia su un sistema B nel corso dell’interazione (una ‘misura’)”. Che cosa rappresentino queste interazioni, così come che cosa rappresentino i sistemi stessi, non è del tutto chiaro, a differenza del pensiero di Bohr, spesso liquidato come semplice mistificazione.


L’innovazione più importante della meccanica quantistica, che mette in crisi il postulato fondamentale dell’apparato classico, è certamente la nozione di contestualità, e Carlo Rovelli è esplicito nel sostenerlo. Ma che cosa si intende davvero? Nella lettura di Rovelli, sarebbe la dipendenza del valore delle variabili fisiche “dal contesto, cioè da cosa ci sta intorno”. La verità è molto più sottile e molto meno tautologica.


La scoperta di Niels Bohr è sì un tentativo di superare il preconcetto secondo cui, per secoli, fisica e metafisica hanno assunto che le variabili che descrivono una qualunque entità fisica colgano proprietà che appartengono a quella entità. Ma il meccanismo descritto da Bohr è diverso da quello che Rovelli gli fa sostenere. È naturale voler portare acqua al proprio mulino; ma per farlo Rovelli dimentica troppo in fretta che Bohr non parla propriamente di interazioni. Descrive piuttosto, e lo fa in maniera esplicita nei suoi scritti fondazionali, l’incapacità dei concetti classici di accedere perfettamente alla realtà quantistica sottostante, di aderirvi pienamente. Il discorso bohriano non colma lo scarto: lo custodisce. Non cede alla tentazione di un linguaggio che, posto un gradino sopra il mondo, ne garantisca il senso una volta per tutte. Bohr incontra Lacan: “Il n’y a pas de métalangage”.


Bisogna spendere qualche parola su questo punto, con un esempio concreto, perché tocca il cuore della fisica contemporanea. Le teorie fisiche si occupano di rivelare regolarità nell’osservazione. Supponiamo di voler preparare uno specifico esperimento e di voler verificare, per esempio, se il risultato di una misura quantistica sia spin down o spin up: parole arbitrarie usate per descrivere un esperimento dicotomico. La preparazione dell’esperimento presuppone una descrizione classica e causale del setup: la disposizione degli strumenti, dei rivelatori, delle condizioni di misura. Questa è la descrizione del contesto, che per la sua natura classica può essere riproducibile e comunicabile ad altri ricercatori.


Poniamo allora di essere precisi all’inverosimile, descrivendo ogni singolo aspetto di ciò che, in linea di principio, potrebbe essere ricostruito da un collega che si trova altrove. A questo punto eseguiamo l’esperimento noi dall’Italia e lo esegue anche un collega in Australia. La cosa sorprendente è che i risultati dei singoli esperimenti possono essere diversi. Ci siamo forse dimenticati qualcosa di fondamentale nella descrizione del contesto? Sarebbe irragionevole pensarlo. Se però ripetessimo lo stesso esperimento svariate volte, le frequenze relative osservate a Roma e in Australia convergerebbero: sarebbero le stesse. L’esperimento misura dunque una regolarità statistica. Non stiamo misurando direttamente la proprietà dicotomica, che resta in qualche modo ineffabile, ma una sua stabilità statistica. La spiegazione di Bohr è che si tratti di un nuovo tipo di regolarità presente nella natura, una regolarità che non può essere riassunta in maniera deterministica.


Il sistema fisico non è altro che un simbolo che racchiude le potenzialità della nostra interazione classica. Non è detto che una teoria fisica “del tutto” non possa esistere, ma non è ancora la meccanica quantistica e certamente non una teoria “classica”.

Scenari in cui non è proprio possibile attribuire valori determinati indipendentemente dal contesto di misura vengono chiamati contestuali. La probabilità spesso presente nelle descrizioni quantistiche diventa testimone di una connessione fra eventi che appaiono nello stesso contesto, che non può essere reinserita all’interno delle grammatiche dell’osservazione; deve trasmutarsi in simbolo: lo stato quantistico.

L’interpretazione di Copenaghen è sorprendente nella sua bellezza radicale. La contestualità dimostra quel limite fondamentale della capacità di osservazione. Dimostra l’impossibilità per ogni sistema linguistico-descrittivo di aderire perfettamente al nucleo ardente del reale. Lo fa attraverso una precisa dimostrazione matematica. Qual è il prezzo da pagare? Il sistema fisico non è altro che un simbolo che racchiude le potenzialità della nostra interazione classica. Non è detto che una teoria fisica “del tutto” non possa esistere, ma non è ancora la meccanica quantistica e certamente non una teoria “classica”.


Resta infine, in filigrana, un altro punto: la difficoltà moderna ad accettare fino in fondo il caso. Quella che Freud definisce, nella Psicopatologia della vita quotidiana, “la coazione a non ammettere il caso come caso, ma a volerlo interpretare”. Ed è forse qui che il libro, pur nella sua intelligenza e nel suo fascino, mostra il proprio limite più sottile. Nel tentativo di sottrarre la fisica all’idolatria dei fondamenti, Rovelli finisce per voler colmare troppo in fretta proprio quello scarto che la rivoluzione quantistica aveva avuto il coraggio di lasciare aperto. Eppure è forse in quello spazio, non del tutto ridotto e non perfettamente dicibile, che la fisica contemporanea respira ancora.



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