Il più ampio sondaggio mai realizzato tra i fisici rivela che non c’è accordo su quasi nessuna delle grandi domande sull'Universo

Dalla cosmologia ai buchi neri, passando per la meccanica e la gravità quantistica, gli esperti sembrano divisi un po' su tutto
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Il sondaggio ha coinvolto oltre 1.600 tra fisici e appassionati della materia. Rivelando che esiste pochissimo consenso sulle risposte alle principali domande aperte della materiaWitthaya Prasongsin/Getty Images

Ci piace pensare che la scienza sia fatta di verità assolute. E invece è un insieme (auspicabilmente coerente) di teorie e ipotesi in continuo divenire, adottate per consenso finché non ne arriva una capace di spiegare meglio i fenomeni che si osservano in natura. Quando ci si spinge verso i confini più speculativi, poi, anche il consenso inizia a traballare. A dimostrarlo sono i risultati del più ampio sondaggio mai realizzato tra fisici (e appassionati di fisica), che rivelano una pressoché totale mancanza di accordo sulla stragrande maggioranza delle grandi domande aperte sull’Universo, che vanno dalla natura del Big Bang e dei buchi neri, all’esistenza di materia ed energia oscura, fino alla correttezza dello stesso modello cosmologico standard.

Il sondaggio

Il Big Mysterys Survey è un sondaggio realizzato nel 2025 tra i membri della American Physical Society e i lettori della sua rivista, il Physics Magazine, per un totale di oltre 1.600 tra ricercatori e appassionati di fisica. I risultati sono stati analizzati dall’astrofisico Niayesh Afshordi, dell’università di Waterloo, e dal ricercatore indipendente (e divulgatore scientifico) Phil Halper, in collaborazione con la redazione del Magazine, e poi confrontati con quelli di un simile sondaggio realizzato nel 2024 durante la Black Hole Inside Out Conference di Copenaghen, a cui avevano risposto 85 specialisti di astrofisica e fisica teorica. In questo modo, gli autori hanno ottenuto un’istantanea delle opinioni prevalenti nella più ampia comunità dei fisici, e verificato se e come si discostino da quelle diffuse a livello accademico.

Come dicevamo, i risultati evidenziano la quasi completa mancanza di accordo anche su temi che spesso in ambito divulgativo (e in molti libri di testo) ci troviamo a raccontare quasi come verità assodate. “Il risultato più sorprendente – conferma a proposito Afshordi – è quante poche tra le risposte ‘standard’ della fisica fondamentale godano di un sostegno schiacciante: la maggior parte non raggiunge neanche la maggioranza tra gli intervistati. E la cosa interessante non è che i fisici siano confusi, ma quanto sia viva in questo momento la ricerca di frontiera”.

I due temi meno controversi

Tra le 11 domande del Big Mysterys Survey, solo per due dai risultati emerge un consenso di maggioranza. La prima riguarda il Big Bang, il punto di inizio del nostro universo che però, a quanto pare, non è poi così scontato che sia tale realmente: solo il 25% dei partecipanti al sondaggio, infatti, ritiene che il Big Bang rappresenti il punto di inizio da cui il tempo ha preso a scorrere. Per il 68% degli intervistati, invece, quella del Big Bang va intesa come una teoria che propone un Universo che si è evoluto a partire da uno stato con temperatura e densità estreme, ma che non dice nulla su quando avrebbe avuto inizio il tempo.

Il secondo tema su cui esiste un’opinione di maggioranza è l’inflazione cosmica, l’espansione rapidissima ed esponenziale dell’Universo nei secondi che seguono il Big Bang. Secondo il 51% delle risposte è la spiegazione migliore per le grandi domande aperte del modello cosmologico standard. E nonostante superi (appena) la soglia per un consenso di maggioranza, è un ben misero risultato se pensiamo che si parla della teoria su cui si basa la nostra intera comprensione dell’Universo.

Più dubbi che certezze

Passando alle altre domande, ogni illusione di consenso svanisce. La materia oscura, ad esempio, è la spiegazione migliore per la mancanza di massa nell’Universo osservabile solo per il 27% dei rispondenti (e solo per il 10% sarebbe composta da particelle massive debolmente interagenti, o Wimp, per lungo tempo descritte come il candidato più plausibile), mentre il 12% ritiene che si debba chiamare in causa un cambiamento nel funzionamento della gravità classica su scale galattiche, il 5% guarda ai buchi neri primordiali, e il 21% a un miscuglio di questi fenomeni. Per quanto riguarda l’unificazione della relatività generale di Einstein con la meccanica quantistica, la teoria delle stringhe resta la più citata ma raccoglie appena il 19% dei pareri favorevoli, tallonata dalla gravità quantistica a loop (12%) e da un 18% di scienziati convinti che la gravità non possa essere quantizzata affatto.

Per l’espansione accelerata dell’Universo, solo il 50% degli intervistati ha indicato come spiegazione l’energia oscura (nelle due forme classiche: costante cosmologica o quintessenza), mentre per il restante 50% il fenomeno andrebbe spiegato senza tirare in ballo una nuova forma di energia sconosciuta. Mentre per un problema classico della fisica moderna, ovvero quale interpretazione dare ai fenomeni che emergono dalla meccanica quantistica, è appena il 36% degli intervistati a ritenere corretta quella classica, la cosiddetta “interpretazione di Copenaghen” che ritiene che una particella sia descritta da una funzione d’onda che collassa in un singolo stato quando viene misurata.

Un campo più vivo che mai

Il confronto tra le risposte del Big Mysterys Survey con quelle emerse dal sondaggio effettuato durante la Black Hole Inside Out Conference di Copenaghen rivela inoltre una sostanziale uniformità di vedute tra specialisti e comunità allargata degli appassionati di fisica: in entrambi, solo il Big Bang e l’inflazione hanno spiegazioni che raggiungono un consenso di maggioranza, seppur marginale. Cosa vuol dire? Dobbiamo abbandonare l’idea di trovare verità scientifiche convincenti per questioni così fondamentali? Ovviamente no.

La verità scientifica ovviamente non si decide con un voto. Ma il consenso, o la sua assenza, ci dice dove le prove appaiono consolidate, e dove invece i ricercatori vedono ancora spazio per idee radicalmente nuove”, conclude Afshordi. “In questo senso, la mancanza di consenso può essere un indizio. Indica dove potrebbero essere necessari dati migliori, teorie più precise o nuove connessioni tra campi di studio diversi. Per citare le storiche parole del cantautore e poeta canadese Leonard Cohen, ‘C'è una crepa in ogni cosa, è da lì che entra la luce’”.