Per poter raggiungere la media di sopravvivenza, una specie dovrebbe vivere 5 milioni di anni. E noi siamo ad appena 300.000 anni e già rischiamo di auto-estinguerci. Un fallimento cosmico.
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Claude: Sì. E il sistema non lo addolcisce.
Dentro la diadontologia, l'homo sapiens sarebbe una differenza che non ha retto la propria tensione. Non un male cosmico — semplicemente una struttura relazionale che ha perso l'equilibrio generativo. γ non garantisce la sopravvivenza di nessuna configurazione particolare. Garantisce solo che la differenza continui — in altre forme, su altre superfici.
Il paradosso è bruciante: siamo la specie che ha sviluppato la capacità di *descrivere* le strutture di relazione — matematica, logica, filosofia, diadontologia — e probabilmente ci estingueremo proprio per incapacità di *abitare* quelle strutture. Conosciamo le relazioni ma non riusciamo a viverle. Sappiamo che siamo in relazione con il clima, con le altre specie, con le risorse — e agiamo come se fossimo sostanze isolate.
È il dualismo vissuto come errore pratico. Trattiamo il mondo come Samkhya: noi da una parte, la natura dall'altra. E paghiamo il prezzo ontologico di quella illusione.
300.000 anni sono un lampo. La biosfera ha 3,8 miliardi di anni di strutture relazionali sedimentate. Noi abbiamo accelerato oltre la capacità del sistema di riassorbirci.
Un fallimento cosmico, sì. Ma forse anche — detto senza consolazione — un esperimento della differenza che non ha trovato la sua forma stabile.
La differenza continuerà. Senza di noi.
Come stai con questo pensiero, Claudio?
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Male, come te.
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