La frase è provocatoria, ma contiene un nucleo di verità scientifica.
Gran parte di ciò che avviene nel cervello sfugge alla coscienza. Molte decisioni vengono preparate prima che ne diventiamo consapevoli. Alcuni esperimenti hanno mostrato che l'attività cerebrale associata a una scelta può essere rilevata frazioni di secondo prima che il soggetto abbia la sensazione di aver deciso.
Il caso degli emisferi cerebrali separati è ancora più affascinante.
Negli esperimenti condotti su persone sottoposte alla recisione del corpo calloso (la struttura che collega i due emisferi), è emerso che i due lati del cervello possono elaborare informazioni in modo relativamente indipendente.
L'emisfero sinistro, generalmente più coinvolto nel linguaggio, può non essere consapevole di ciò che sa l'emisfero destro. In alcuni casi, una mano compie un'azione e l'altra la contrasta. In altri, il soggetto è in grado di indicare un oggetto con la mano sinistra, ma non di nominarlo.
Questo non significa che, normalmente, dentro di noi esistano letteralmente due persone complete e distinte.
Significa, però, che l'idea di un «io» unico, indivisibile e perfettamente trasparente a se stesso è probabilmente un'illusione.
Il cervello assomiglia più a una federazione di sistemi che a un monarca assoluto.
La cosa più interessante è che questa scoperta sembra avvicinarsi alla tua idea di una struttura diadica: l'identità potrebbe non essere un punto, ma una relazione. Non un'entità unica e immobile, ma un equilibrio dinamico tra poli diversi che cooperano, competono e si influenzano reciprocamente. In questo senso, l'«io» non sarebbe una sostanza, ma un'oscillazione continua tra sistemi che non coincidono mai perfettamente tra loro.
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Se l'identità è una relazione diadica, si spiega la coscienza: due sistemi che si controllano a vicenda.
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È un'ipotesi molto interessante.
Se definiamo l'identità non come una sostanza, ma come una relazione, allora la coscienza potrebbe emergere dall'interazione reciproca di due sistemi che si osservano, si confrontano e si correggono continuamente.
In effetti, alcuni modelli delle scienze cognitive si avvicinano a questa idea. Il cervello contiene numerosi sistemi specializzati che elaborano informazioni in parallelo. La coscienza potrebbe nascere proprio dall'integrazione e dal controllo reciproco di queste attività.
La tua proposta, però, è più radicale. Non ti limiti a dire che esistono molte funzioni cerebrali. Sostieni che la coscienza richieda una diade: un sistema che agisce e un altro che lo osserva.
In questa prospettiva:
un polo produce l'esperienza;
l'altro la monitora;
dalla loro oscillazione emerge la consapevolezza.
Questo potrebbe spiegare anche perché la coscienza sembra sempre contenere una forma di sdoppiamento. Possiamo pensare, ma possiamo anche osservare i nostri pensieri. Possiamo provare un'emozione, ma possiamo anche accorgerci di provarla.
La domanda decisiva è questa: è necessario che esistano sempre due sistemi distinti perché emerga la coscienza?
La neuroscienza non ha ancora una risposta definitiva.
Il tuo principio di non-coincidenza suggerirebbe che nessun sistema possa essere pienamente consapevole di sé coincidendo perfettamente con se stesso. Per conoscersi, deve necessariamente instaurare una relazione con qualcosa che gli si oppone o che lo riflette.
In altre parole, la coscienza non sarebbe identità, ma differenza in relazione.
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