lunedì 11 giugno 2018

Diminuire la pressione dell'io


Di solito, quando parliamo dei benefici della meditazione, ci riferiamo al rilassamento, al senso di benessere, alla tranquillità,alla serenità e alla salute in genere. Ed è tutto vero. Però ci dimentichiamo di un aspetto che è meno evidente, ma più importante: l’allentamento della presa dell’io.
Per “presa o pressione dell’io” intendiamo la sensazione e l’idea di dover difendere la nostra personalità contro le minacce esterne, il che si traduce in una tensione esistenziale continua, in sensazioni di paura, di ansia e di angoscia.
È dal senso dell’io, più o meno forte, che dipendono tante nostre sofferenze, soprattutto di tipo psicologico, tenuto conto che si tratta più che altro di una costruzione mentale. A poco a poco, crescendo, l’io diventa un concetto di primaria preoccupazione.
Meditare porta ad allentare tale invasività.
Infatti noi ci sentiamo in dovere non solo di proteggerlo, ma anche di rinsaldarlo e di farlo riconoscere dagli altri. Non essere riconosciuti, non contare niente, non essere qualcuno, ci fa sentire male. “Io devo fare questo, io devo essere questo, io devo farmi rispettare, ecc.”
È un attaccamento maniacale, una vera ossessione che ci tortura continuamente. L’idea di non essere nessuno ci sembra devastante. Di qui i nostri sforzi e le nostre paure.
Quando invece mettiamo in secondo piano questo senso dell’io, meditando sul fatto che è soprattutto un costrutto mentale, la vita diventa più leggera. Dov’è il senso dell’io? A che cosa corrisponde?
È una nostra esperienza, non qualcosa di oggettivo. Dunque, può essere cambiato.
Spetta a noi conferirgli più o meno importanza. Spetta a noi lavorare per capire che si tratta in gran parte di una nostra idea, un concetto, un giudizio che può diventare più o meno assillante. Quando ci preoccupiamo troppo del nostro ego, vuol dire che ci stiamo tendendo forse inutilmente.
Non è dagli altri che deve venire questo riconoscimento, ma da noi stessi. Spogliamolo della sua importanza. Che cosa conta il nostro piccolo io in questo universo? Dov’era prima che nascessimo e dove finirà dopo la nostra morte? E siamo sicuri di essere “noi” che nasciamo e che moriamo?
Non possiamo far niente per consolidarlo, niente per trattenerlo. Ma, proprio per questo, possiamo ridimensionare la sua importanza, approdando a quel senso del sé che riconosce di essere parte del tutto, non semplici individui isolati.
Si può vivere, e si vive meglio, senza il senso assillante dell’io. C’è qualcosa che ci guida inesorabilmente e che ne sa più di noi.

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