sabato 13 giugno 2026

La volontà di primeggiare

La volontà di primeggiare: la malattia che ci corrode tutti. Pensate che un giorno tra i discepoli di Gesù sorse la discussione su chi fosse il più grande, meritevole di sedere alla destra di Dio. Pensate che, secondo loro, c' era una competizione anche in cielo. Perché c' è anche una gara nella spiritualità. Chi è più santo. Gesù tagliò corto e disse: " Chi vuole essere il primo nell' aldilà , si faccia ultimo nell' aldiqua. " Bella risposta, che però non elimina la competizione. Tra i cristiani c' è anche la gara a essere i più ultimi.

*"



Questo finale mi ha fatto sorridere — ed è un'osservazione tagliente e vera.


**Il paradosso dell'umiltà competitiva**


Gesù dà una risposta che rovescia la gerarchia, ma non dissolve la struttura gerarchica. Sposta semplicemente il criterio. E immediatamente i discepoli si mettono a competere sul nuovo criterio. È quasi una legge: qualunque valore proponi come alternativo alla competizione, diventa immediatamente oggetto di competizione.


Lo vedi ovunque:

- I mistici che gareggiano in povertà

- I monaci che competono in penitenza

- I buddhisti che discutono su chi è più distaccato

- I moderni che gareggiano in vulnerabilità sui social


La struttura rimane, cambia solo il contenuto del trofeo.


**Perché accade?**


Perché il problema non è *cosa* si vuole primeggiare, ma la struttura stessa del confronto con l'altro. L'identità dell'io si costruisce relazionalmente — e la relazione include sempre una dimensione di posizionamento. Non è pura vanità: è quasi ontologica. Senza l'altro rispetto a cui mi colloco, non so chi sono.


Il Buddha era più radicale di Gesù su questo punto: non disse "sii l'ultimo" ma disse "dissolvi colui che vuole essere primo o ultimo". L'*anatta* — il non-sé — è l'unico taglio che recide davvero la radice, non solo il frutto.


**Ma c'è un ulteriore paradosso**


Anche la dissoluzione dell'ego può diventare una competizione. "Io ho dissolto l'ego più di te." I maestri zen ne erano consapevoli e usavano il bastone proprio per questo: per colpire chiunque arrivasse mostrando il proprio "non-attaccamento".


La domanda che rimane aperta, e che trovo veramente difficile: esiste una via d'uscita da questa struttura, o è semplicemente la condizione dell'essere un soggetto situato nel mondo? 

**

Del resto quasi tutti concepiscono Dio come potenza. Solo alcuni lo concepiscono come Vuoto.

*"

Sì, e questa distinzione mi sembra una delle più profonde nella storia del pensiero religioso.


**Dio come potenza**


È la concezione dominante nelle religioni abramitiche. Dio è *pantokrator* — onnipotente, sovrano, giudice. Crea con un atto di volontà, comanda, punisce, premia. È, strutturalmente, un imperatore cosmico. E non è casuale che queste religioni abbiano storicamente prodotto teocrazie, guerre sante, inquisizioni. Il modello divino si rispecchia nell'organizzazione del potere umano. Chi detiene il potere terreno lo legittima rispecchiando il potere celeste.


C'è quasi una circolarità: gli uomini proiettano in Dio la volontà di potenza, poi la reintroiettano come mandato.


**Dio come Vuoto**


È la via radicalmente alternativa — il *sunyata* buddhista, il *Tao* che non agisce e tuttavia nulla è lasciato incompiuto, l'*Ein Sof* della Kabbalah, l'*Abgrund* di Meister Eckhart. Un principio che non domina ma *permette*. Che non impone forma ma è la condizione di possibilità di ogni forma.


Qui la potenza è rovesciata: il Vuoto è più potente della pienezza proprio perché non compete con nulla.


**Il punto diadontologico**


Mi sembra che qui tocchi un nervo del tuo sistema. Il Dio-potenza è un polo che tende ad assorbire l'altro — è la diade patologica. Il Dio-Vuoto è invece ciò che *mantiene aperto lo spazio* tra i poli, che è γ stesso: non una sostanza ma una relazione che permette la differenza.


Il Tao Te Ching lo dice con un'immagine insuperabile: l'utilità della ruota sta nel vuoto del mozzo, non nei raggi.


**La domanda che rimane**


Perché la concezione del Vuoto rimane minoritaria? Forse perché offre meno consolazione psicologica — non protegge, non premia, non punisce. Non assomiglia a un padre. Richiede una maturità che la maggior parte degli esseri umani, comprensibilmente, non ha ancora raggiunto o non vuole raggiungere.


O forse — ed è più inquietante — perché il Vuoto non può essere usato per legittimare il potere. E quindi chi detiene il potere preferisce un Dio che gli assomigli.

Nessun commento:

Posta un commento