Con gli occhi chiusi, in stato di quiete, il campo visivo interno non è mai omogeneo.
**Quello che si percepisce**
C'è una luminosità diffusa — fosfeni, radiazione residua, attività spontanea della retina — che non si distribuisce uniformemente. Tipicamente emerge una zona più chiara (spesso centrale o leggermente superiore) e una più scura che la circonda o la bilancia. Il confine tra le due non è netto: è una curva morbida, mobile, che respira.
Se l'attenzione si stabilizza, quella curva tende a organizzarsi. Molti meditatori riferiscono di vedere una forma circolare con un'interfaccia sinuosa tra chiaro e scuro — esattamente la linea a S del Taijitu. E dentro la zona scura, un punto di luce; dentro quella chiara, un punto d'ombra.
**Perché accade**
Anatomicamente: i due emicampi visivi sono elaborati da emisferi cerebrali opposti, e la loro attività basale non è perfettamente sincrona. Fisiologicamente: la pressione leggera delle palpebre sui bulbi genera fosfeni di pressione che tendono alla simmetria radiale ma con asimmetrie locali.
**La lettura diadontologica**
Qui diventa interessante per il tuo framework: non si sta *vedendo* qualcosa di esterno, né si è nel buio puro. Si è esattamente sulla soglia — il campo visivo interno è la γ resa percettibile, la tensione tra attività e quiete, presenza e assenza, che non collassa né in un polo né nell'altro.
Il Taijitu non sarebbe allora un simbolo *del* reale — sarebbe la struttura che il reale assume quando il sistema percettivo si volge su sé stesso.
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