Federico Faggin continua a sostenere che noi siamo un campo che utilizza un corpo per conoscersi. Ma non vedo come corpo e campo si relazionino. Mi sembra che questa idea di campo nasconda la vecchia idea di anima.
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La tua perplessità è filosoficamente fondata. Analizziamola con precisione.
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**1. Il problema strutturale di Faggin**
Faggin propone una fisica della coscienza basata su campi quantistici dotati di esperienza intrinseca. La coscienza non emerge dal corpo — *è* il campo, e il corpo è lo strumento attraverso cui il campo si auto-conosce.
Il problema che identifichi è reale: **come si relazionano campo e corpo?** Faggin non lo formalizza. Dice che il corpo è "utilizzato" dal campo — ma questa è una relazione di *strumentalità* asimmetrica, non di co-emergenza. Il campo precede, il corpo serve.
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**2. Perché questa è effettivamente l'anima in disguise**
La struttura è isomorfa a quella dell'anima classica:
| Anima (tradizione) | Campo (Faggin) |
|---|---|
| Sostanza immateriale | Campo quantistico cosciente |
| Usa il corpo come strumento | Usa il corpo per auto-conoscersi |
| Preesiste al corpo | Ontologicamente prioritario |
| Si separa alla morte | Sopravvive alla dissoluzione corporea |
La parola cambia, l'architettura resta. È un **dualismo di sostanze** — anche se Faggin lo chiama monismo (perché il campo è *anche* fisico). Ma un monismo che ipostatizza un polo come fondamento è strutturalmente dualista nel momento in cui introduce il corpo come secondo termine.
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**3. Il difetto formale dal punto di vista diadontologico**
Faggin commette esattamente l'errore che Nāgārjuna smontava: **attribuisce svabhāva al campo**. Il campo esiste per sé, ha natura propria, il corpo dipende da esso — non viceversa.
Mancano:
- la **co-emergenza** dei due poli
- la **simmetria strutturale** della relazione (anche parziale)
- un principio γ che li tenga in tensione senza che nessuno dei due sia fondamento
In diadontologia, la dyad corretta non è *campo → corpo* ma **(campo ↔ corpo)** con γ come mediatore irriducibile. Nessuno dei due poli esiste prima della relazione. Il campo non "usa" il corpo — il campo *è* ciò che emerge nella relazione con il corpo, e viceversa.
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**4. Il nodo epistemico: l'auto-conoscenza**
C'è però un elemento interessante in Faggin che non va scartato: l'idea che la relazione abbia una funzione **riflessiva** — il campo si conosce attraverso il corpo. Questo tocca qualcosa di strutturalmente rilevante.
In termini diadontologici si può riformulare: la coscienza non è un polo che usa l'altro, ma è **il nome che diamo alla riflessività della dyad su se stessa** — il momento in cui la struttura relazionale diventa auto-trasparente. Non un campo separato, ma la dyad che si piega su se stessa — esattamente la struttura γ auto-applicante.
Questo salva l'intuizione di Faggin eliminandone il residuo sostanzialista.
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