domenica 7 giugno 2026

La mistica: parola e silenzio

Vorrei che notaste il gran numero di diadi che questo articolo comporta...trattando di mistica. Che è il luogo dei paradossi e delle contraddizioni. Parola e silenzio, come nella musica.

**

Anna Terroni

L’ultima fatica di Carlo Ossola, Il fuoco nella pietra La tradizione mistica moderna (Vita e Pensiero «Arti e Scritture», pp. 256, euro 20,00), non è un libro che si legge, ma un libro che si attraversa. Si apre con una visione epifanica: nell’agosto del 2025, l’autore osserva un raggio di sole colpire la cattedrale di Maguelone, trasformando la pietra in un incendio di luce. Questa immagine è la chiave di volta: la mistica è esattamente questo, un «fuoco» – l’esperienza divina, lo Spirito – che abita la «pietra» – la condizione umana, il linguaggio, la storia. In questa visione si condensa il nucleo dell’indagine: la mistica come tensione tra latenza e manifestazione, parola e silenzio, esperienza e scrittura.


Il volume si impone come opera di rara densità speculativa, capace di coniugare erudizione filologica, profondità teologica e sensibilità letteraria. Fin dalle prime pagine esso dichiara la sua ambizione: non solo offrire una storia della mistica, quanto interrogare il linguaggio che la rende dicibile, pur nella sua prossimità all’indicibile. E infatti, uno dei meriti maggiori di questo lavoro è proprio la sua capacità di sottrarre la «parola mistica» a un vago spiritualismo per restituirla alla sua dignità di «tradizione letteraria e sapienziale», ricostruendone la genealogia in un viaggio che parte dal XVI secolo – il Siglo de Oro della mistica spagnola – per arrivare alle soglie del nostro presente, interrogando i silenzi di Michel de Certeau e le liriche di Rainer Maria Rilke. La «parola mistica» dunque non è intesa come un linguaggio irrazionale o delirante, bensì come una forma rigorosamente codificata di sapere, una vera disciplina del dire: Ossola rifiuta tanto le riduzioni psicologiche quanto gli approcci spiritualistici che, nel Novecento, hanno banalizzato tale tradizione, e anzi mostra come il discorso mistico si configuri quale sistema retorico autonomo, dotato di formule e protocolli propri.


La prima sezione del libro, dedicata soprattutto alla nozione di «attingentia», costituisce uno dei momenti più alti della riflessione. Attraverso l’analisi di testi italiani e iberici tra XVI e XVII secolo, l’autore mostra come la mistica moderna elabori una retorica dell’unione, distinta dalla semplice traslazione metaforica. Il mistico cioè non descrive Dio mediante analogie, ma tenta di costruire una lingua capace di dire l’esperienza stessa della fusione con il divino. Nascono così neologismi estremi come Egoitas, Ipsitas, Meitas o appunto la straordinaria attingentia, che indica un «toccare sperimentale» del sacro. Ossola dimostra qui come la mistica sia innanzitutto crisi del linguaggio ordinario e necessità di una nuova nominazione dell’essere. L’analisi si sviluppa entro una poderosa genealogia culturale che muove dall’esegesi medievale del Cantico dei Cantici e dalla teoria dei quattro sensi della Scrittura. La mistica appare allora come il vertice anagogico dell’interpretazione biblica, il luogo in cui il testo sacro non viene soltanto compreso, ma esperito. L’«Introduxit me in cellam vinariam» diviene così il paradigma dell’introduzione alla contemplazione, laddove il linguaggio non è più strumento rappresentativo, ma immersione nel mistero. Ossola illumina il nesso tra esegesi e contemplazione, mostrando come la tradizione mistica occidentale si fondi su una lenta interiorizzazione della Scrittura fino alla sua trasformazione in esperienza vissuta.


Particolarmente suggestiva è la riflessione sull’ossimoro come figura dominante del linguaggio mistico: se la parola dei mistici vive di tensioni – presenza e assenza, silenzio e voce, annientamento e pienezza –, l’autore ne segue la formazione evidenziandone iperboli ed eccessi che non sono ornamenti semplici barocchi, ma sintomi di una radicale insufficienza del dire. Il mistico parla sempre da una soglia nella quale il linguaggio si spezza e insieme si intensifica e proprio da qui deriva la «parola espropriata»: il soggetto non parla più di Dio, ma diviene il luogo in cui Dio parla. La mistica coincide con un «dire senza soggetto», con una parola svuotata della propria centralità egoica.


Il conflittuale rapporto tra esperienza estatica e scrittura autobiografica è approfondito grazie all’analisi dei Memoriali di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi e di Giovanna Maria della Croce. La lingua delle mistiche si presenta «inequale» rispetto all’oggetto desiderato, spesso interrotta da sospensioni e fratture sintattiche: è il corpo stesso a diventare scena della scrittura, teatro di una combustione spirituale che investe la carne e il respiro. Il concetto di trocamiento de voluntades, ripreso da Francisco de Osuna, descrive proprio questo processo di annientamento della volontà individuale nell’assoluta conformazione alla volontà divina. La mistica appare allora come esperienza di de-soggettivazione: l’io si dissolve affinché un Altro possa abitare il suo linguaggio.


La terza sezione, integralmente dedicata al gesuita francese Michel de Certeau (1925-1986), è il fulcro attorno al quale gravita la coerenza interna del volume: Ossola dialoga con lui in profondità, assumendone le categorie e interrogandone i limiti. De Certeau viene definito «storico di un silenzio», interprete di quella modernità nella quale il «corpo mistico» nasce dalla crisi del corpo istituzionale della Chiesa. La mistica moderna diviene così la scena di un’assenza: ricerca incessante di un Dio che si sottrae, esperienza di un vuoto che è desiderio infinito. Il soggetto non è più attore, ma traccia di ciò che manca, e Ossola coglie questa trasformazione della mistica in quête moderna, in ricerca interminabile dell’«assente della storia». Le pagine dedicate all’«estasi bianca» e alla «hora sin tiempo», nelle quali la temporalità sembra dissolversi nella contemplazione, sfiorano la metafisica: mistica non è più soltanto esperienza religiosa, ma interrogazione radicale sul tempo e sulla possibilità della presenza. L’ora mistica è un’ora senza durata, immobile, in cui l’essere si raccoglie nella propria origine. Da Rilke ad Auden, Ossola segue le metamorfosi moderne di questa tradizione, mostrando come il linguaggio poetico del Novecento abbia ereditato le strutture del discorso mistico.


Conclusione del volume e suo culmine è l’«Apice», dedicato al «parlare angelico» e ai Libri d’ore novecenteschi, che apre una prospettiva antropologica di sorprendente attualità. In un’epoca dominata dalla dissipazione dell’attenzione, la mistica viene proposta qui come esercizio di interiorità e disciplina del respiro. La riflessione sull’esicasmo e sulla «preghiera del cuore» introduce un motivo decisivo: il ritmo della respirazione come forma di contemplazione. L’esperienza spirituale dunque non coincide con un’estasi spettacolare, ma con una lenta ricomposizione dell’interiorità. E nel respiro e nell’invocazione minima del nome divino sopravvive una possibilità di resistenza, contro l’alienazione contemporanea.


Coniugando rigore filologico e intensità speculativa, storia delle idee e ascolto poetico della parola, l’autore mette in campo una prosa insieme sontuosa e sorvegliatissima, partecipe essa stessa della materia che indaga: ogni citazione e ogni lemma tecnico contribuiscono alla costruzione di una autentica esperienza di lettura, nella quale si viene introdotti entro quel «cammino non tracciato» che costituisce l’essenza stessa della mistica. In conclusione, Il fuoco nella pietra è non soltanto una storia della tradizione mistica moderna, ma si configura anche come meditazione profonda sul destino della parola occidentale e sull’inestinguibile desiderio dell’assoluto. In un tempo saturo soprattutto di discorsi consumati, Ossola ci ricorda che il compito più alto della cultura consiste ancora nel «detergere lo sguardo», affinché il fuoco invisibile continui a brillare nella pietra opaca della storia.



Nessun commento:

Posta un commento