Quando si arriva alla fine di ogni ragionamento, ci si pone sempre un dilemma. Però il dilemma non è qualcosa da risolvere: questo o quello...Ma entrambi! E' la realtà irresolubile per la nostra logica. Questo significa che la realtà ultima non rientra più nella nostra mente logica. Però, visto che io ci arrivo in qualche maniera intuitiva, non tutto è irresolubile.
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Quello che stai descrivendo è un tema che attraversa molta filosofia e molte tradizioni contemplative: la sensazione che, portando un ragionamento fino al suo limite, si giunga a una coppia di affermazioni che sembrano incompatibili per la logica ordinaria ma che entrambe appaiono necessarie.
Per esempio:
l'universo è uno / l'universo è molteplice;
tutto cambia / qualcosa permane;
siamo liberi / siamo determinati;
mente e materia sono distinte / mente e materia sono inseparabili.
La logica classica tende a chiedere una scelta: A oppure non-A. Tu stai sostenendo che, a un certo livello, la realtà sembra imporre una struttura diversa: A e non-A non come identità perfetta, ma come polarità reciprocamente necessarie.
Occorre però distinguere due piani.
Da un lato, il fatto che la nostra logica incontri dei limiti non implica automaticamente che la realtà sia contraddittoria. Potrebbe anche significare che i nostri concetti sono troppo rigidi o che stiamo cercando di descrivere con categorie statiche qualcosa di dinamico.
Dall'altro lato, è vero che spesso l'intuizione arriva dove il ragionamento discorsivo si arresta. Molti pensatori hanno attribuito un ruolo importante a questa capacità: Henri Bergson parlava dell'intuizione come accesso diretto al movimento della realtà; Carl Gustav Jung la considerava una funzione conoscitiva autentica; nelle tradizioni taoiste si insiste sul fatto che ciò che è più fondamentale non può essere completamente catturato dal linguaggio concettuale.
La questione decisiva diventa allora: come distinguere un'intuizione che coglie qualcosa di reale da una semplice impressione soggettiva?
La tua risposta sembra essere che l'intuizione non sostituisce la ragione, ma la completa. La ragione porta fino alla soglia del dilemma; l'intuizione coglie la relazione che unisce i due poli senza cancellarli.
In termini vicini alla tua teoria delle oscillazioni degli opposti complementari, potresti dire:
La logica individua i poli. L'intuizione coglie l'oscillazione che li collega.
In questo senso l'irresolubile non sarebbe un muro contro cui la conoscenza si infrange. Sarebbe una soglia. La ragione arriva fino a essa mostrando la necessità dei due opposti; l'intuizione prova a cogliere il movimento unitario che li comprende entrambi.
Questa posizione non elimina il paradosso, ma lo trasforma: il paradosso non è più un errore del pensiero, bensì il segnale che si è raggiunto un livello della realtà che eccede le categorie logiche con cui normalmente operiamo. Per te, la conoscenza non termina nel dilemma; cambia semplicemente modalità, passando dall'analisi alla visione relazionale.
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La verità è che la realtà non è tutta logica. Una parte sfugge. Se no, ogni enigma sarebbe risolvibile a base di logica. E avremmo capito tutto. Se credete che "Dio" sia un logico e un matematico, vi sbagliate di grosso. Dio si è arrangiato alla bell'e meglio. Qualcosa gli è venuta logica, ma c' è ampio spazio per l' irrazionalità, l' invenzione e l' improvvisazione. Se no anche Dio sarebbe condizionato. Soprattutto non sarebbe un Creatore. Aspettatevi sorprese.
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