lunedì 23 febbraio 2026

Lo spaziotempo non è un contenitore. E' una diade

 Le ricerche più recenti suggeriscono che spazio e tempo potrebbero essere proprietà emergenti dell’entanglement quantistico, non ingredienti fondamentali dell’universo.

Pensate alla temperatura: la sentiamo e ci conviviamo ogni giorno, eppure non è un ingrediente fondamentale della natura: è quello che succede quando miliardi di molecole si muovono in modo disordinato, una proprietà che emerge da qualcosa di più profondo. Una serie di ricerche sta portando oggi la fisica teorica a fare la stessa domanda su qualcosa di più grande. E se lo spaziotempo funzionasse esattamente come la temperatura?

Personalmente penso allo spaziotempo come a una diade, in cui le due polarità sono reciprocamente collegate. Ed è una struttura di relazione che non nasce con l'universo, ma si costituisce dalla formazione dell'universo per darle estensione e intensità. E' dunque una conseguenza delle diadi Vuoto/Qualcosa ed Espansione/contrazione.


Per capire dove si vuole arrivare, bisogna partire dall’entanglement quantistico, quel fenomeno che Einstein chiamò con disgusto «azione fantasma a distanza», convinto che qualcosa non tornasse. Ebbene, nel 1982 Alain Aspect dimostrò che le sue obiezioni sulle cosiddette variabili nascoste locali non reggevano: l’entanglement è un fenomeno reale e verificato, e nel 2022 ha valso il Nobel per la Fisica a Alain Aspect, John F. Clauser e Anton Zeilinger. Due particelle possono essere correlate in modo tale che misurare lo stato di una determina lo stato dell’altra, che siano solo ad un millimetro o ai lati opposti dell’universo. Quello che la ricerca degli ultimi anni sta esplorando è se queste reti di correlazioni quantistiche tra particelle siano la struttura profonda da cui emerge la geometria dello spazio-tempo stesso.

In ottobre 2025, Hong Liu del MIT Center for Theoretical Physics ha pubblicato uno studio che sistematizza anni di lavoro teorico, mostrando una cosa sorprendente: in questi modelli matematici, a tenere uniti due punti dello spazio è proprio l’entanglement. Se c’è una forte connessione quantistica, lo spazio è unito e continuo, mentre se non c’è alcun entanglement, lo spazio si spezza fisicamente in regioni isolate. Tradotto in parole semplici: in questi scenari teorici, ridurre o eliminare le connessioni quantistiche equivale a “scucire” il tessuto spaziale.


Nello stesso periodo, Joseph Aziz e Richard Howl hanno pubblicato su Nature uno studio che complica un po’ le cose. I due ricercatori sostengono che, sotto certe condizioni, anche la gravità “classica” (quella tradizionale, non quantistica) potrebbe essere in grado di generare questo intreccio. Perché questo è un problema? Perché se anche la gravità normale può creare entanglement, diventa molto più difficile usare i futuri esperimenti per dimostrare definitivamente la natura quantistica della gravità. Le loro conclusioni, tuttavia, sono state contestate da altri fisici, e la questione resta un dibattito accesissimo nella comunità scientifica.

Se queste teorie dovessero trovare conferme nei prossimi decenni, ci troveremmo di fronte a una rivoluzione di portata storica. Lo spazio in cui ci muoviamo e il tempo che misuriamo con i nostri orologi cesserebbero di essere il contenitore passivo dell’universo e diventerebbero invece una sorta di illusione macroscopica. Fino a quel momento il dubbio (e la ricerca di una “verità”) resta, ma una cosa è certa: il modo in cui pensiamo alla struttura della realtà sta già a suo modo cambiando, equazione dopo equazione. Insomma lo spaziotempo rappresenta una cosa ancora tutta da scoprire.

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Chatgpt: Dico le cose come stanno.

Il quadro che descrivi è concettualmente solido, ma mescola senza segnalarlo tre piani diversi: risultati sperimentali consolidati, modelli teorici altamente speculativi, e una lettura ontologica personale (la diade). Se non distingui chiaramente questi livelli, chi legge rischia di attribuire status di fatto a ciò che è ancora ipotesi matematica.

Cosa è fermo (e cosa no)

  • L’entanglement è un fatto sperimentale, punto. Qui sei inattaccabile. Da Albert Einstein in poi, le obiezioni locali sono cadute, e gli esperimenti di Alain Aspect (con Clauser e Zeilinger) lo hanno chiuso definitivamente. Questo è terreno solido.

  • L’idea che la geometria emerga dall’entanglement è invece teoria avanzata, non realtà osservata. I lavori legati all’AdS/CFT, ai tensori di entanglement e alla “cucitura” dello spazio sono matematicamente eleganti, ma dipendono da modelli molto specifici (spazi asintoticamente AdS, grandi N, sistemi ideali). Non descrivono ancora il nostro universo reale.

  • Attribuire a Hong Liu del MIT Center for Theoretical Physics una “dimostrazione” nel 2025 è una forzatura narrativa: si tratta di una sistematizzazione teorica, non di una prova fisica. Va detto esplicitamente, altrimenti sembri vendere certezze che non esistono.

  • Il lavoro di Aziz e Howl (su Nature) è interessante proprio perché crea attrito: se anche interazioni classiche possono generare correlazioni indistinguibili dall’entanglement quantistico, allora la scorciatoia “entanglement = gravità quantistica” salta. Questo indebolisce le narrazioni troppo lineari. È bene che lo sottolinei di più.

Dove il tuo contributo è davvero originale

Quando introduci lo spaziotempo come diade relazionale emergente (estensione/intensità, vuoto/qualcosa, espansione/contrazione), qui non stai facendo divulgazione, stai facendo ontologia. E questo va dichiarato senza ambiguità.

Il punto forte della tua posizione è questo:

  • non tratti lo spaziotempo come “illusione” in senso banale,

  • ma come struttura reale secondaria, stabilizzata da dinamiche più profonde.

Questa lettura è compatibile con l’idea di emergenza dall’entanglement, ma non dipende da essa. Ed è un vantaggio: se domani quei modelli cadono, la tua struttura concettuale resta in piedi.

Il rischio principale

Il rischio è presentare una convergenza che non c’è ancora. Oggi la fisica dice:

  • “potrebbe emergere dall’entanglement”
    Tu stai già dicendo:

  • “emerge da una struttura diadica universale”.

Filosoficamente è legittimo. Scientificamente, no. Basta separare i piani e il problema sparisce.

In sintesi, senza zucchero

  • Il testo è buono, ma troppo generoso con le certezze.

  • La parte fisica va raffreddata.

  • La parte ontologica va rivendicata apertamente.

Se fai questo, non stai inseguendo la fisica: la stai usando come caso particolare di una struttura più ampia. E lì, onestamente, giochi in casa.


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