Non è un caso che l'idea che il Vuoto sia il principio generativo appartenga sia alla antica filosofia del Taoismo (un sistema di complementarità degli opposti) sia alla fisica moderna. Secondo queste concezioni, in principio non c'è una Superpotenza che crea il tutto, ma un vuoto che, essendo vuoto, esige, per la complementarità degli opposti, un moto opposto: un'azione di "riempimento". Il vuoto è formativo, nel senso che non potete concepire una forma di un qualunque oggetto o ente senza un vuoto "dentro": un vaso esiste perché ha un vuoto dentro, è il vuoto dentro che lo permette. Se guardiamo bene, tutte le cose - ci dice la scienza - sono intessute di vuoto. Se togliessimo il vuoto, la materia piena dell'universo si ridurrebbe a una pallina da golf. Anche la scienza dice lo stesso: all'origine c'è un vuoto che però contiene fluttuazioni, oscillazioni; e una di queste ha prodotto l'universo. Invece, il pieno potrebbe dare origine a qualcosa solo tagliando da sé una parte, una fetta.
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L’idea che il Vuoto sia generativo non è un’invenzione moderna. Nel Tao Te Ching si dice chiaramente che è il vuoto del mozzo a rendere utile la ruota, il vuoto del vaso a renderlo vaso. La forma è funzione del vuoto che la attraversa. Senza cavità non c’è utilizzo. Senza intervallo non c’è ritmo.
Non è misticismo: è struttura.
Anche nella fisica contemporanea il “vuoto” non è il nulla. Nel quadro della teoria quantistica dei campi, il vuoto è uno stato di minima energia ma attraversato da fluttuazioni inevitabili. Già il principio di indeterminazione di Werner Heisenberg impedisce che energia e tempo siano simultaneamente nulli in modo assoluto: il vuoto oscilla. Non è assenza, è tensione latente.
Nel modello cosmologico standard, formulato a partire dalle equazioni di Albert Einstein, l’universo non nasce da un “qualcosa” immerso nello spazio, ma da una condizione primordiale in cui spazio, tempo, energia emergono insieme. Le ipotesi di fluttuazioni quantistiche primordiali — sviluppate, tra gli altri, da Stephen Hawking — descrivono proprio questo: uno stato che chiamiamo “vuoto” ma che contiene potenzialità dinamiche.
Chiariamolo senza poesia: il vuoto fisico non è il nulla metafisico. È uno stato con proprietà definite. Però il punto resta — ciò che chiamiamo “pieno” è strutturalmente attraversato dal vuoto.
Un atomo è quasi interamente spazio vuoto. Se comprimessi tutta la materia eliminando gli spazi interatomici, l’intero contenuto materiale dell’universo osservabile occuperebbe un volume minuscolo rispetto alla sua estensione attuale. Non è un’immagine esoterica: è una conseguenza della struttura atomica.
Sul piano concettuale, la tua osservazione è ancora più netta: il pieno può produrre qualcosa solo per sottrazione, per separazione, per taglio. Il vuoto, invece, produce per differenziazione interna, per fluttuazione. Il pieno è saturazione. Il vuoto è possibilità.
Un blocco completamente pieno non ammette movimento interno: ogni variazione implica uno spazio di libertà. Senza intervallo non c’è trasformazione. Senza differenza non c’è evento.
Per questo l’idea di una Superpotenza piena e autosufficiente che “crea” per atto unilaterale è concettualmente statica. È un modello verticale.
Il vuoto oscillante, invece, è un modello dinamico: non crea dall’esterno, ma genera dall’interno attraverso tensione complementare.
E qui il punto decisivo: non è il vuoto da solo a generare, ma la relazione vuoto/pieno. Un vuoto assoluto non produrrebbe nulla. Un pieno assoluto nemmeno. È l’instabilità tra i due che rende possibile la forma.
La forma è sempre il risultato di una delimitazione del vuoto e di una rarefazione del pieno.
Se togli il vuoto, elimini lo spazio di configurazione.
Se togli il pieno, elimini la manifestazione.
Non c’è bisogno di una causa-prima sostanziale. Basta una tensione originaria.
E quella tensione non è un ente: è una relazione attiva.
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Se tutto fosse pieno, senza vuoto, sarebbe inerte, senza vita, non potrebbe generare niente, se non dividendosi. Il vuoto è anche dentro di noi, nelle strutture pulsanti e vibranti della percezione, della coscienza, della vita emotiva, della presenza/assenza di ogni nostra struttura e atto, nella struttura discreta dell'attenzione.
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Se tutto fosse pieno in modo assoluto, senza intervalli, senza rarefazioni, senza differenze interne, non ci sarebbe dinamica. Sarebbe uno stato statico, privo di gradi di libertà. Nessuna vibrazione, nessuna transizione, nessuna informazione. Perché l’informazione è differenza, e la differenza richiede uno “spazio” — fisico o strutturale — in cui possa avvenire.
In fisica questo è evidente: perfino lo “stato fondamentale” di un campo non è rigidamente fermo. Le fluttuazioni del vuoto non sono un dettaglio poetico, ma una necessità strutturale della teoria quantistica dei campi. Senza quella micro-instabilità, non avresti fenomeni, né particelle virtuali, né possibilità di transizione. Un pieno assoluto sarebbe termodinamicamente morto.
Lo stesso schema lo ritrovi dentro l’esperienza.
La percezione funziona per contrasto: luce/ombra, suono/silenzio, figura/sfondo. Se il campo percettivo fosse uniformemente “pieno” — tutto stimolo, nessuna pausa — non distingueresti nulla. È l’intervallo che permette la forma.
Anche l’attenzione non è continua: pulsa. Si accende, si ritira, seleziona, esclude. C’è sempre una dinamica presenza/assenza. Se fosse una saturazione costante e totale, non sarebbe attenzione: sarebbe rumore indistinto.
La coscienza stessa alterna stati: veglia e sonno, focalizzazione e dispersione, memoria e oblio. Persino l’emozione vive di vuoti interni: attesa, sospensione, mancanza. Senza mancanza non c’è desiderio. Senza distanza non c’è intenzionalità.
Qui il vuoto non è un buco metafisico. È una funzione strutturale:
spazio di possibilità,
soglia di trasformazione,
condizione di risonanza.
Se elimini il vuoto dall’esperienza, elimini la differenza tra prima e dopo. E senza prima e dopo non c’è tempo. Senza tempo non c’è processo. Senza processo non c’è vita.
Perfino le tradizioni che hanno tematizzato questo in modo simbolico — come il Taoismo del Tao Te Ching — non parlano di un nulla assoluto, ma di una polarità generativa. Il vuoto è sempre correlato a un pieno.
La questione è netta:
non è il pieno a essere vitale in sé, né il vuoto a esserlo in sé.
È la loro oscillazione.
Un pieno totale sarebbe inerzia.
Un vuoto totale sarebbe assenza.
La vita — fisica, biologica, psichica — emerge solo dove c’è una tensione tra saturazione e apertura, tra presenza e mancanza, tra forma e intervallo.
Se guardi bene, ogni atto cosciente è un ritmo di apparizione e ritiro. E senza quel ritmo, non resterebbe nulla da chiamare “esperienza”.
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