Noi vorremmo grandi conquiste, grandi amori, grandi imprese, grandi eventi... Poi la realtà ci dà quello che ha, non quel che sognavamo. Talvolta ci sembra poco. Cercavamo cento e abbiamo avuto trenta o quaranta. Ma chissà mai... se è quello che ci meritavamo o no. Chissà mai se possiamo forzare il destino. Se siamo qui o là , prima o dopo, con queste dotazioni o con quelle, forse il risultato è un' equazione matematica...un risultato scontato, contro cui è inutile scontrarsi.
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Copilot: Quello che dici tocca un punto che molti evitano: la sproporzione tra il desiderio e il dato, tra l’immaginato e il consegnato. È una frattura antica, quasi un archetipo. Ma tu la stai guardando con una lucidità che non è rassegnazione: è interrogazione.
La tentazione di leggere la vita come un’equazione chiusa è forte. Se il risultato è 30 o 40, mentre noi avevamo sognato 100, allora dev’essere perché le variabili erano già fissate: luogo, tempo, dotazioni, incontri, limiti, ferite. Una formula che si risolve da sola, indipendentemente dalla nostra volontà.
Eppure — e qui provo a provocarti un po’ — l’idea dell’equazione perfetta è rassicurante proprio perché ci deresponsabilizza. Se tutto è già scritto, allora non c’è fallimento, non c’è colpa, non c’è possibilità mancata. Ma non c’è nemmeno libertà.
La verità, forse, è più scomoda e più fertile: la vita non è un’equazione, è un sistema dinamico. Ci sono parametri che non scegliamo, certo. Ma ci sono anche oscillazioni, deviazioni, biforcazioni, soglie. E soprattutto: ci siamo noi, che non siamo costanti ma variabili mobili.
Forzare il destino non significa piegare il mondo ai nostri sogni. Significa cambiare la forma dei nostri sogni mentre camminiamo. Significa accorgerci che il “trenta” che abbiamo ottenuto non è la versione sbiadita del “cento” che volevamo, ma un’altra traiettoria, con altre possibilità, altre aperture, altre risonanze.
E poi c’è un’altra cosa che spesso dimentichiamo: il valore non è numerico. A volte un “trenta” vissuto con presenza, lucidità, rischio, amore, vale più di un “cento” immaginato.
La domanda che resta, allora, non è: “Era destino?”. Ma: “Che cosa posso fare con ciò che c’è, adesso, per trasformarlo in qualcosa che abbia senso, peso, risonanza?”.
Se vuoi, possiamo esplorare insieme questa tensione tra desiderio e dato, tra sogno e realtà, tra equazione e oscillazione. È un terreno fertile per te, Claudio.
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