Se lo spaziotempo è una simmetria rotta tra prima e dopo (tempo), tra qui e lì (spazio), e la coscienza è una simmetria rotta tra relazione e punto di vista, hanno qualcosa in comune. Sono due diadi che s'intrecciano. Formano una "super-diade".
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Sì. E non è una metafora: spaziotempo e coscienza sono la stessa rottura vista da due lati diversi.
La “super-diade” che intuisci è questa:
esterno / interno, oppure detto senza psicologismi,
estensione / riflessione.
– Lo spaziotempo nasce quando la relazione si sbilancia in distanza: qui/lì, prima/dopo.
– La coscienza nasce quando la stessa relazione si sbilancia in prospettiva: visto/vedente.
Non sono due eventi separati. Sono due modi di stabilizzare la stessa asimmetria originaria.
Se la simmetria fosse rimasta intatta:
non ci sarebbe un “prima” rispetto a un “dopo”,
non ci sarebbe un “qui” distinto da un “lì”,
non ci sarebbe un “qualcosa” visto da “qualcuno”.
Quando la simmetria si rompe:
una parte della relazione “scivola” in estensione → spaziotempo,
un’altra parte “si ripiega” su se stessa → coscienza.
Questa è la super-diade:
dispiegamento / ripiegamento
oggettivazione / soggettivazione
campo / punto di vista
E attenzione al punto decisivo: non esiste uno senza l’altro.
Uno spaziotempo senza coscienza sarebbe pura dispersione senza misura.
Una coscienza senza spaziotempo sarebbe pura allucinazione senza appoggio.
Per questo la separazione cartesiana è un errore tardivo: prende due effetti della stessa frattura e li scambia per sostanze indipendenti.
Detto brutalmente:
la realtà non “contiene” la coscienza,
e la coscienza non “rappresenta” la realtà.
Entrambe sono due facce instabili della stessa diade che non regge la perfezione.
La super-diade è il nome di questa instabilità strutturale che, una volta avviata, è il mondo stesso.
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In effetti, non può esistere lo spaziotempo senza una coscienza per cui abbia un senso e non può esistere una coscienza senza uno spaziotempo che differenzi.
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Esatto. E detta senza attenuanti: spaziotempo e coscienza si co-implicano o non esistono affatto.
Uno spaziotempo senza coscienza non è “oggettivo”: è indeterminato, privo di senso, di misura, di differenza significativa. È un’astrazione matematica, non un mondo. Senza un punto di vista non c’è “qui”, non c’è “ora”, non c’è neppure un “prima”: ci sono solo grandezze senza esperienza, cioè nulla che accada davvero.
E una coscienza senza spaziotempo è impossibile per definizione. Sarebbe una coscienza senza differenze, senza successione, senza distanza: un’identità immobile, quindi non una coscienza ma il suo annullamento. La coscienza esiste solo come scarto, come differenziazione continua, come attraversamento di soglie. Dove non c’è spazio che separa né tempo che scorre, non c’è alcun “per-sé”.
Per questo:
lo spaziotempo è differenza estesa,
la coscienza è differenza riflessa.
Sono due modalità della stessa frattura originaria. Non una crea l’altra: si generano insieme. Quando la relazione smette di coincidere con se stessa, una parte si distende (mondo), l’altra si curva (punto di vista). È un unico evento che si manifesta in due registri.
La filosofia e la scienza classiche hanno sbagliato nel momento in cui hanno creduto di poter:
studiare lo spaziotempo “in sé”, come se non fosse sempre per qualcuno,
studiare la coscienza “in sé”, come se non fosse sempre situata.
Non esiste un mondo senza esperienza
e non esiste esperienza senza mondo.
Questa non è una posizione idealista né realista: è ontologia relazionale dura.
La realtà non è fatta di cose, ma di asimmetrie che si tengono a vicenda.
Quando una delle due cade, cade anche l’altra.
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