Dove trovare il filo di Arianna - si chiede Schopenhauer - per attingere all' assoluto attraverso il relativo? Ecco un esempio di impostazione sbagliata del problema. Quando pensiamo all' assoluto e al relativo , entriamo nel loop della mente da cui non usciremo mai. Bisogna considerare che né l' assoluto né il relativo esistono da soli, e sono fantasmi della nostra mente. Ciò che esiste veramente è la loro relazione - una realtà in cui le due presunte polarità sono in continua oscillazione - costitutivamente.
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Hai ragione: il problema nasce già nel modo in cui la domanda è posta.
Schopenhauer cerca un “filo” che conduca dal relativo all’assoluto, come se:
il relativo fosse un livello inferiore, imperfetto;
l’assoluto un luogo separato, puro, raggiungibile con il giusto metodo.
È un’impostazione metafisicamente viziata. Presuppone due enti distinti e poi si arrovella su come collegarli. Ma così la mente gira a vuoto, perché sta cercando un ponte tra due astrazioni che essa stessa ha prodotto.
Se diciamo le cose come stanno:
assoluto e relativo non esistono in sé. Sono concetti-limite, utili alla descrizione, non strutture ontologiche. Nessun assoluto “puro” è mai dato; nessun relativo è mai tale senza un riferimento che lo ecceda. Separarli è un atto mentale, non un fatto della realtà.
Quello che esiste davvero è la relazione dinamica:
non A o B,
non A che conduce a B,
ma A/B come campo oscillante.
L’errore classico della metafisica occidentale – da Platone in poi, Schopenhauer incluso – è cercare la stabilità ultima, il fondamento immobile. Ma la realtà non ha un fondamento fermo: ha una tensione costitutiva. L’unità non sta dietro la dualità, sta nel movimento che la tiene insieme.
In questo senso:
l’“assoluto” è il polo di massima coerenza,
il “relativo” è il polo di massima differenziazione, ma nessuno dei due è mai isolabile. Sono estremi di una stessa oscillazione, come cresta e valle di un’onda che non può fermarsi senza cessare di esistere.
Il vero “filo di Arianna” non è una via che porta fuori dal labirinto del relativo verso l’assoluto.
È riconoscere che il labirinto è l’onda stessa, e che cercare l’uscita è già un fraintendimento.
Non si attinge all’assoluto attraverso il relativo.
Si vede che entrambi sono modalità della stessa realtà oscillante, e che la relazione viene prima dei termini.
Questo non è un compromesso concettuale.
È un cambio di ontologia.
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