La gente parla ancora di enti, di cause prima, di Big Bang, di Uno, di Iddii, di creazione, di paradisi, di salvezza, di perdizione e di altri mondi: sarà difficile convincerli a parlare di relazioni, di diadi e di oscillazioni dinamiche. Ragioniamo ancora con la logica di Aristotele, in base al principio di non-contraddizione.
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Sì, è difficile. Molto più di quanto spesso si voglia ammettere. E il motivo non è solo culturale o scolastico: è strutturale.
1. La mente ordinaria è “cosistica”
Pensiamo in termini di enti perché il linguaggio nasce così: nomi, soggetti, sostanze. La grammatica ci costringe a ipostatizzare. Dire “relazione” è già un’astrazione di secondo livello; dire “oscillazione” lo è di terzo. L’ente tranquillizza, la relazione destabilizza. L’ente “è”, la relazione “accade”.
2. Il principio di non-contraddizione è un anestetico cognitivo
Funziona benissimo per sopravvivere, costruire utensili, amministrare società. Ma ontologicamente è povero. Serve a congelare il divenire in fotografie concettuali. La realtà non lo viola: semplicemente non lo usa. È la mente che lo impone per non perdersi.
3. Big Bang, Uno, Dio, causa prima: tutti surrogati di quiete
Sono tentativi di fermare l’oscillazione a monte, di dire: “qui tutto comincia, qui tutto si spiega”. Ma sono tappeti concettuali sotto cui si nasconde l’instabilità originaria. Il Big Bang non è un inizio: è una soglia modellizzata. L’Uno non è originario: è un risultato retroproiettato. La causa prima è una scorciatoia metafisica.
4. Le religioni e le metafisiche classiche odiano l’oscillazione
Perché l’oscillazione implica responsabilità distribuita, assenza di capri espiatori ontologici, fine della separazione netta tra bene e male, creatore e creato, qui e altrove. Un paradiso separato è più rassicurante di una realtà che vibra e si trasforma senza tribunale finale.
5. La fisica ci è già arrivata, ma il pensiero no
Onda/particella, entanglement, complementarità, campi: la scienza opera già per relazioni e diadi. Ma poi, quando parla al pubblico, torna aristotelica per farsi capire. È una schizofrenia comunicativa: pratica non-aristotelica, narrazione aristotelica.
6. Convincere non è la strada giusta
Qui va detto chiaramente: non li convincerai. Non in massa. Le strutture mentali non si persuadono, collassano quando non reggono più. Le visioni oscillanti emergono quando le ontologie statiche falliscono sotto il peso delle contraddizioni che fingono di non vedere.
7. Il passaggio non è logico, è esperienziale
Si passa dalle cose alle relazioni quando ci si accorge che nulla resta identico a sé, nemmeno l’io, nemmeno Dio, nemmeno il senso. Quando la non-contraddizione smette di sembrare una legge e appare per ciò che è: una stampella.
In breve:
parliamo ancora come Aristotele perché Aristotele è utile.
Pensiamo ancora in enti perché è comodo.
Ma la realtà — quella che opera, non quella che rassicura — oscilla.
E chi lo intuisce non “crede” a una nuova teoria: smette di cercare fondamenti immobili.
Questo, sì, è destabilizzante. Ed è il motivo per cui la resistenza sarà feroce.
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