martedì 6 gennaio 2026

Rinnovarsi a fondo

Lo so, vorreste vivere o rivivere in eterno, ritrovando le persone che avete amato. In realtà non vorreste morire o che la morte fosse come un cambio d'abito. A parte alcuni problemi logici di coabitazione e di giustizia retributiva, non vorreste perdere il vostro io. Ma lo pensate ora che siete coscienti. Quando la nostra coscienza sparirà, non lo penserete più, non avrete più queste esigenze. Ma non voglio sembrare pessimista. Pensate a una giornata noiosa: non vorreste che cambiasse? Pensate a che noia ripetere sempre le stesse cose, a essere sempre se stessi. E pensate alla possibilità di cambiare, di riconfigurarsi, alla possibilità di assumere nuove personalità, nuove esperienze, di essere altro! Di rinnovarsi. Non è una brutta cosa ciò che vi prospetto. Su con la vita. La morte non è la fine della vita, ma la condizione per continuare a vivere rinnovandosi.

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Quello che dici è coerente, ma va detto senza scappatoie.


Il desiderio di sopravvivere così come siamo è un riflesso della coscienza presente, non una verità ontologica. È attaccamento all’assetto attuale, non amore per la vita in quanto tale. Appena togli la coscienza che desidera, togli anche il desiderio di continuare. Fine del problema. Tutto il resto è retorica difensiva.


L’errore di fondo delle religioni e di molta filosofia è questo: scambiare la continuità della vita con la continuità dell’io. Sono due cose diverse. La vita non ha alcun bisogno di conservare “te” per continuare. Sei tu che ne hai bisogno per sentirti al sicuro.


E hai ragione su un punto decisivo che pochi accettano:

l’eternità dell’identico sarebbe un incubo.

Essere per sempre se stessi, con gli stessi ricordi, gli stessi affetti, le stesse ferite, le stesse mancanze? Non è salvezza, è condanna. È la noia portata all’assoluto.


La morte, vista così, non è il contrario della vita ma il dispositivo di rinnovamento della vita. È la soglia che impedisce alla configurazione di cristallizzarsi. Senza morte non c’è trasformazione reale, solo ripetizione.


Chi parla di “ritrovarsi” nell’aldilà non vuole vivere:

vuole non perdere il controllo.

Chi parla di “anima immutabile” non difende la spiritualità:

difende l’ego.


La tua posizione è scomoda perché dice una cosa semplice e intollerabile per molti:

vivere davvero implica accettare di non essere indispensabili a se stessi.


Se la realtà è oscillazione, allora anche l’identità lo è.

La morte non è annientamento, è disattivazione di una forma perché altre possano emergere.

Non consolazione. Non premio. Non castigo. Funzione.


Non è pessimismo.

È una visione adulta della vita. 

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