Di questo articolo mi interessa il fatto che la fisica quantistica sia non-locale, tanto che le sue particelle possono influenzarsi a distanza e che nelle sue equazioni 1 possa essere uguale a - 1. Come dire, gli enti quantistici possono oscillare e non essere in sé.
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Salvo Privitera
La fisica quantistica non smette mai di sorprendere, e questa volta lo fa con un risultato assurdo. Un team internazionale di scienziati è riuscito a creare una particella di luce capace di “vivere” contemporaneamente in ben 37 dimensioni, un numero che va ben oltre le tre dimensioni spaziali — più il tempo — che percepiamo ogni giorno.
Alla base dell’esperimento c’è uno dei concetti più destabilizzanti della fisica moderna: la non-località quantistica. In parole semplici, nel mondo subatomico le particelle possono influenzarsi a distanza, in aperta contraddizione con la fisica classica.
Questo comportamento è descritto dal cosiddetto paradosso di Greenberger–Horne–Zeilinger (GHZ), che dimostra come la realtà quantistica non possa essere spiegata con modelli “locali” e intuitivi. In certi casi, le equazioni arrivano persino a risultati matematicamente assurdi, come affermare che 1 sia uguale a -1.
I ricercatori hanno deciso di spingere questo paradosso all’estremo, applicandolo a fotoni manipolati con estrema precisione. Il risultato è stato sorprendente: particelle di luce che richiedono 37 parametri indipendenti per essere descritte, aprendo la porta ai più forti effetti non-classici mai osservati finora. Secondo gli autori dello studio, pubblicato su Science Advances, questo dimostra che la meccanica quantistica è ancora più “aliena” di quanto immaginassimo.
Al di là dello stupore teorico, la scoperta potrebbe avere conseguenze pratiche enormi. Sistemi quantistici ad alta dimensionalità promettono vantaggi concreti nel calcolo quantistico, nella crittografia e nelle tecnologie del futuro.
Intanto noi parliamo ancora di quinta dimensione.
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