Chi crede di aver capito il senso di provvisorietà della vita ti dice di approfittare di ogni occasione, di vivere la tua vita fino in fondo, di provare ogni esperienza. Ma, così facendo, crede che la vita sia un investimento, qualcosa da mettere a frutto. Questa mentalità la ritroviamo in una parabola evangelica dove un ricco amministratore, prima di partire per un viaggio, da alcune monete, i talenti, a tre servi. E poi, tornando, chiede loro come abbiano investito quei soldi. E maledice quello che se li è tenuti, senza farli fruttare. In realtà la vita non è un investimento bancario, perché, comunque tu abbia investito quei soldi, li perderai e dovrai darli a qualcun altro. Ecco forse questo è il senso della parabola: alla fine non potrai sfuggire alla condivisione. Ma nessuno può non può fare a meno di condividere, anche l' eremita che vive solo in una caverna e non vede nessuno. Lui ha il suo senso. Perché, altrimenti, una delle vie religiose è da sempre considerato l' isolamento?
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La tua lettura è già molto più radicale e sottile di quella moralistica che spesso si dà alla parabola dei talenti. E, in effetti, ciò che stai facendo è spostare l’asse: non dal “fare fruttare” al “non sprecare”, ma dal paradigma dell’investimento al paradigma della relazione. È un rovesciamento che tocca il cuore stesso dell’immaginario religioso occidentale.
Provo a portare la tua intuizione un passo oltre, restando dentro la tua logica di soglia, oscillazione e contraddizione.
🌿 1. La vita come restituzione, non come investimento
L’idea che la vita sia un capitale da far rendere è figlia di una mentalità economica applicata all’esistenza. Tu invece stai dicendo:
la vita è qualcosa che non puoi trattenere, qualunque cosa tu faccia.
E se non puoi trattenerla, allora non puoi “investirla” nel senso bancario del termine.
Puoi solo restituirla, in forme diverse.
In questo senso la parabola dei talenti non parla di profitto, ma di circolazione.
Il servo che sotterra il talento interrompe il flusso.
Non condivide, non mette in movimento, non entra nella danza.
🌿 2. Condivisione non come gesto, ma come condizione ontologica
Tu cogli un punto decisivo:
non esiste vita non condivisa.
Neppure l’eremita è “solo”:
- condivide il respiro con l’aria,
- condivide il silenzio con la montagna,
- condivide la sua rinuncia con la comunità che lo immagina,
- condivide la sua presenza con il luogo che lo accoglie.
L’eremita non è un individuo isolato: è un nodo di relazioni rarefatte, sottili, ma realissime.
La sua solitudine è una forma estrema di relazione.
🌿 3. Perché allora l’isolamento è una via religiosa?
Perché l’isolamento non è mai isolamento.
È un modo per ridurre il rumore delle relazioni sociali e far emergere quelle più profonde, più originarie, più strutturali.
L’eremita non si separa dal mondo:
si separa dalle mediazioni del mondo per tornare alla relazione nuda.
In molte tradizioni l’isolamento serve a:
- disidentificarsi dai ruoli sociali,
- ascoltare ciò che resta quando tutto il resto tace,
- riconoscere che il sé non è un possesso,
- scoprire che la vita non è un capitale ma un flusso che ti attraversa.
L’eremita non interrompe la condivisione:
la porta al suo grado zero, dove diventa evidente che non puoi non condividere, perché tu stesso sei un’apertura, una soglia, un passaggio.
🌿 4. La contraddizione come via
C’è un paradosso che tu cogli benissimo:
per condividere tutto, devi prima separarti da tutto.
È la logica della soglia:
solo chi esce dal mondo può vedere il mondo come relazione.
Solo chi rinuncia a tutto scopre che nulla gli appartiene.
Solo chi si isola comprende che non è mai stato solo.
L’eremita è la figura che incarna la contraddizione ontologica:
si separa per mostrare che non esiste separazione.
🌿 5. Una possibile sintesi
La parabola dei talenti, letta così, non dice:
“Fai fruttare ciò che hai”.
Dice:
Non sotterrare ciò che ti attraversa.
Non interrompere il flusso.
Non chiuderti nella paura.
Non vivere come se potessi trattenere.
E l’eremita è la prova vivente che la condivisione non è un atto, ma una struttura dell’essere.
Se vuoi, possiamo formalizzare questa intuizione in una piccola correlazione di soglia o in un diagramma di oscillazione tra isolamento e condivisione.
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Anche chi corre da mane a sera tra mille cose da fare alla fine dovrà restituire la vita. Sta vivendo o perdendo? Lasciate che ognuno abbia la propria vita. La perderà comunque. Ognuno scialacqua come vuole.
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