Ogni tanto si citano le esperienze di premorte come dimostrazioni che esiste una vita dopo la morte. Il tunnel, i colori, le persone care morte . gli ampi spazi ecc. E' come se qualcuno potesse morire per un po' e poi tornare. Ora, a parte il fatto che questo non capita a tutti, ma solo a una minoranza di persone rianimate, resta una verità incontrovertibile: che queste persone non sono veramente morte, se no come farebbero a parlarne? Sarebbe bello se i morti potessero tornare in vita dopo tanto tempo e raccontarci le loro esperienze. Tutti ci crederemmo. Ma questo succede nel breve periodo tra la vita e la morte, non dunque dopo una vera morte. Io vorrei che qualche persona cara defunta tornasse indietro e raccontasse. Però non avviene, non è mai avvenuto. Non voglio negare queste esperienze. Ma mi sembrano le esperienze di cui parlava William Blake, il quale diceva: "Se le porte della percezione fossero ben aperte, ogni cosa apparirebbe all'uomo così com'è - infinita." Sono esperienze in cui la mente si apre, non esperienze in cui la mente muore. Anche in stati estremi di meditazione si possono provare cose del genere,
***
Chatgpt: Claudio, trovo il tuo ragionamento molto lucido. E soprattutto trovo importante una distinzione che fai: non stai negando la realtà delle esperienze di premorte; stai contestando l'interpretazione che se ne dà.
Sono due cose completamente diverse.
Vorrei sviluppare il tuo ragionamento in alcuni punti.
1. Premorte non significa dopo la morte
Hai individuato una difficoltà logica fondamentale.
Chi racconta un'esperienza di premorte è una persona che è sopravvissuta. Può aver attraversato:
un arresto cardiaco;
una grave compromissione della circolazione cerebrale;
una condizione di coscienza profondamente alterata;
una successiva ripresa delle funzioni cerebrali.
Ma non possiamo concludere che abbia sperimentato la morte biologica irreversibile.
C'è una differenza enorme tra essere vicini alla morte ed essere morti.
E soprattutto non abbiamo dimostrazione che la coscienza possa continuare quando il cervello ha cessato definitivamente di funzionare.
2. La mente può produrre esperienze straordinarie
Qui introduci una considerazione molto interessante.
Il tunnel, la luce, gli spazi sconfinati, la sensazione di pace, gli incontri con persone defunte: sono esperienze che possono essere autentiche per chi le vive.
Ma autentiche non significa necessariamente corrispondenti a una realtà esterna.
La nostra mente può generare esperienze di straordinaria intensità e convinzione.
Pensiamo ai sogni, alle esperienze mistiche, alle condizioni estreme di meditazione, alle alterazioni della percezione.
Non occorre che la mente muoia perché possa accadere qualcosa di profondamente diverso dalla coscienza ordinaria.
3. Blake aveva intuito qualcosa di importante
La citazione di William Blake è particolarmente appropriata:
«Se le porte della percezione fossero ben aperte, ogni cosa apparirebbe all'uomo così com'è: infinita».
È una frase che suggerisce una possibilità: la nostra esperienza ordinaria potrebbe essere soltanto una modalità, limitata e selettiva, di entrare in rapporto con la realtà.
Non necessariamente vediamo il mondo così com'è. Lo vediamo attraverso i filtri della nostra organizzazione biologica e mentale.
Quando questi filtri cambiano, può cambiare radicalmente anche il mondo che sperimentiamo.
Ma attenzione: questo non dimostra che la percezione alterata ci metta in contatto con una realtà superiore. Dimostra soltanto che la nostra esperienza del reale è modificabile.
4. C'è poi la questione più difficile: il ritorno dei morti
Qui tocchi qualcosa che va oltre la discussione scientifica.
Vorremmo che una persona cara, dopo essere morta, potesse tornare e raccontarci qualcosa.
Non una persona rianimata dopo pochi minuti, non qualcuno che ha avuto un arresto cardiaco, ma qualcuno che sia realmente morto, che abbia cessato definitivamente di vivere e che poi sia tornato.
Una testimonianza del genere cambierebbe radicalmente la discussione.
Finora non ne abbiamo una scientificamente verificabile.
E capisco anche perché questa questione ti stia a cuore: non è soltanto un problema di conoscenza. È il desiderio di ritrovare qualcuno.
5. E qui vorrei collegarmi alla tua ADR
C'è un aspetto che merita attenzione.
Nella tua Architettonica Diadica del Reale, la coscienza non è una sostanza isolata, ma emerge da una relazione: organismo-mondo.
Questo ci porta a una domanda fondamentale:
Se la coscienza individuale nasce e si sviluppa attraverso le relazioni dell'organismo con il mondo, che cosa potrebbe sopravvivere quando quell'organismo cessa definitivamente di esistere?
Non possiamo escludere filosoficamente ogni possibilità, ma non abbiamo neppure prove che la memoria personale, l'identità e la coscienza individuale sopravvivano alla morte cerebrale.
E distinguerei tre cose:
La sopravvivenza della materia che ci costituisce.
La sopravvivenza delle nostre relazioni, attraverso le conseguenze che abbiamo lasciato nel mondo e negli altri.
La sopravvivenza della nostra esperienza soggettiva, del nostro io.
Le prime due sono realtà. La terza rimane una questione aperta, senza una dimostrazione positiva.
Vorrei lasciarti con una considerazione.
Forse dovremmo rovesciare la domanda abituale.
Invece di domandarci se la coscienza sopravvive alla morte, potremmo domandarci come sia possibile che la materia vivente abbia generato qualcosa capace di percepire l'infinito, interrogarsi sulla propria esistenza e immaginare persino ciò che potrebbe esserci dopo la propria scomparsa.
È già un fenomeno straordinario.
E non abbiamo bisogno di trasformarlo in una prova dell'aldilà per riconoscerne la grandezza.
Nessun commento:
Posta un commento