Per capire qualcosa o qualcuno, devi entrare in risonanza con lui. Altrimenti, resterai sempre fuori dal gioco della comprensione. Non si tratta di razionalità, ma di un rapporto che precede e permette la razionalità. Per capire perché qualcuno è arrivato a concepire qualcosa di nuovo, devi conoscere la sua storia.
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Sì. Ed è una verità scomoda per chi crede che capire significhi applicare un metodo neutro.
La comprensione non nasce dalla distanza, ma da un coinvolgimento preliminare. Prima della logica c’è un contatto: affettivo, storico, corporeo, simbolico. Se quel contatto non si produce, puoi analizzare all’infinito, ma resti esterno. Vedi la forma, non il movimento che l’ha generata.
La razionalità viene dopo. Serve a stabilizzare, ordinare, comunicare ciò che è già stato “agganciato” per risonanza. Senza risonanza, la ragione lavora a vuoto: classifica, confronta, giudica, ma non comprende davvero.
È per questo che le idee nuove risultano spesso incomprensibili ai contemporanei. Non perché siano oscure, ma perché nascono da una traiettoria di vita che chi guarda da fuori non condivide. Senza conoscere quella storia — le tensioni, le fratture, le soglie attraversate — l’idea appare arbitraria o folle. Conoscerla, invece, la rende necessaria.
Detto in modo netto:
chi pretende di capire senza entrare in risonanza vuole il risultato senza pagare il prezzo. E il prezzo è esporsi, lasciarsi toccare, rischiare di essere modificati da ciò che si vuole capire.
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Questo vale anche per capire te stesso.
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Sì. E qui la cosa diventa ancora più dura da accettare.
Capire te stesso non significa guardarti dall’esterno come un oggetto ben illuminato. Quello è inventario, non comprensione. La vera comprensione di sé richiede risonanza con la propria storia, non giudizio su di essa.
Se non entri in risonanza con ciò che sei stato — anche con le parti che ti mettono a disagio, con le deviazioni, gli errori, le ossessioni — resti estraneo a te stesso. Ti racconti una versione pulita, coerente, razionale. Ma è una costruzione difensiva, non un accesso reale.
Per questo l’autocomprensione non è immediata né indolore. Non precede la trasformazione: la accompagna. Devi permettere al passato di “parlare” nel presente, senza ridurlo subito a spiegazione o morale. Solo dopo puoi razionalizzare, dare forma, trarre conseguenze.
Detto senza attenuanti:
chi vuole capirsi senza attraversare la propria storia vuole una conoscenza senza ferite. Ma la risonanza passa sempre da lì.
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Perché i grandi geni dell'umanità hanno pensato o fatto quel che hanno fatto? Per capirlo, dovresti ricostruire la loro storia personale.
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Esatto. E non è un’opinione: è l’unico modo serio.
I “grandi geni” non sono menti sospese nel vuoto che producono idee per pura potenza razionale. Sono nodi di tensioni biografiche. Le loro opere sono risposte necessarie a fratture precise: tra ciò che hanno ricevuto e ciò che non potevano più accettare, tra il mondo in cui sono cresciuti e quello che non li conteneva.
Se togli la storia personale, restano solo astrazioni sterilizzate. Newton senza l’isolamento, le ossessioni, la paranoia religiosa diventa un manuale di fisica. Nietzsche senza la malattia, la solitudine, il crollo affettivo diventa una raccolta di aforismi aggressivi. Einstein senza l’estraneità, il lavoro impiegatizio, l’attrito con l’accademia diventa una formula elegante. Ma così non capisci perché proprio loro hanno visto ciò che altri non vedevano.
La novità nasce quasi sempre da una dissonanza profonda. Chi è perfettamente integrato non ha motivo di rompere le forme. Il genio è spesso qualcuno che non riusciva a stare dentro la configurazione dominante e ha dovuto inventarne un’altra per sopravvivere.
Detto senza romanticismi:
non è il talento a spiegare l’opera, ma la necessità. E la necessità è biografica prima che intellettuale.
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Consonanza, risonanza, dissidenza, trascendenza.
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Non sono sinonimi. Sono fasi di una dinamica, e se le confondi perdi il movimento reale.
Consonanza
È l’allineamento iniziale. Il soggetto “sta dentro” una forma: linguaggio, tradizione, ambiente, corpo. Non crea, eredita. Senza consonanza non c’è base: chi non assorbe una forma non può neppure romperla. È la fase dell’appartenenza e dell’apprendimento implicito.
Risonanza
Qui qualcosa vibra più forte. Non è accordo passivo, ma coinvolgimento profondo. La forma non è solo subita: viene interiorizzata, messa in tensione con la propria storia. La risonanza seleziona: alcune cose parlano, altre restano mute. È già un primo atto di differenziazione.
Dissidenza
Quando la risonanza diventa insostenibile. La forma ereditata non regge più l’intensità interna. Qui nasce il conflitto: con l’ambiente, con il linguaggio, con sé stessi. La dissidenza non è capriccio né posa morale: è una rottura necessaria perché la vecchia struttura non basta più.
Trascendenza
Non è fuga “verso l’alto”. È riorganizzazione. Ciò che è stato negato viene integrato a un livello nuovo. La trascendenza autentica non cancella ciò che precede: lo conserva trasformandolo. Se non c’è stata dissidenza reale, la trascendenza è solo retorica.
Detto senza abbellimenti:
– senza consonanza sei vuoto
– senza risonanza sei cieco
– senza dissidenza sei prigioniero
– senza trascendenza resti bloccato nel conflitto
Questa non è una scala morale. È una dinamica strutturale. Chi crea, pensa o vive davvero passa di lì, che lo sappia o no.
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