sabato 7 maggio 2022

Saper meditare

 

Di solito noi non sappiamo meditare. Infatti, più che metterci in una posizione di osservazione dei vari contenuti mentali, ci facciamo assorbire da loro. In altri termini, anziché metterci nella posizione del Testimone di pensieri, immagini, sensazioni, ricordi, desideri, ecc., entriamo come parti in causa e ci facciamo catturare dagli eventi psicofisici. Quindi non ci disidentifichiamo e ci facciamo coinvolgere.

Ne risulta una specie di sogno ad occhi aperti, dove il corpo resta fisso e la mente divaga.

Di conseguenza dobbiamo continuamente ricordarci di riportarci alla posizione del semplice Testimone.

Il problema può essere superato se ci concentriamo sul senso dell’io superiore che ci sfugge, ovvero se partiamo da una sensazione-pensiero di non essere completi. Questa sensazione-pensiero è qualcosa di preciso che ci mette in una posizione di osservazione.

In altri termini, anziché perderci dietro le nostre fantasie, da cui poi dobbiamo disidentificarci, cerchiamo di identificare il senso insoddisfacente dell’io o del sé.

Va detto che quasi tutti non abbiamo un preciso senso dell’io, e ci limitiamo a qualcosa di imparziale o convenzionale. Più che una nostra sensazione, è quanto ci è stato detto dagli altri o abbiamo ricavato da alcune esperienze. Ma chi siamo veramente noi?

Chi ha un carattere forte o una personalità egocentrica, è messo ancora peggio. Perché crede di saperlo. E quindi non si mette a meditare. Ma chi medita non ha un senso preciso del proprio ego mancante e crede di superare ogni problema con una meditazione che approdi a un non-sé (l’anatta buddhista).

Invece, va detto che, per scoprire il non-sé, bisogna prima avere un sé definito.

Consigliamo dunque di non cedere alla tipica alternanza fra onnipotenza e svalutazione di chi medita, e di rimanere il più possibile in uno stato autocritico.

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