mercoledì 4 maggio 2022

Cogliersi di sorpresa

 

Quando un bambino nasce, non ha nessuna idea di essere un individuo separato. Gli sembra di essere tutto ciò che lo circonda o che tutto ciò che lo circonda sia se stesso. Ha un’esperienza di totalità. Così per esempio non fa una distinzione fra sé e la madre. È un tutt’uno, è fuso insieme. E ce ne vuole di tempo e di educazione perché inizi a sé dall’altro.

È a questa esperienza di fusione che si riferisce Gesù quando dice che, per ottenere il Regno dei cieli, bisogna essere come bambini. Lo dice lui, ma anche altri mistici. Nel taoismo si dice che bisogna tornare a essere “legno grezzo”. Cioè, perdere il senso della propria individualità e recuperare il senso della propria unione col tutto.

Ma non si tratta di una sola sensazione. In fondo, anche se ragioniamo, scopriamo che siamo fatti dello stesso materiale di cui è fatto il cosmo intero.

Alcuni mistici pensano che questa esperienza sia l’illuminazione. L’esperienza di se stessi come illimitati e infiniti, senza confini. Si tratterebbe di un ritorno allo stadio infantile.

Ma il cosmo incomincia con la differenziazione, la divisione e la separazione. Altrimenti sarebbe un tutt’uno senza forma, senza tempo e senza entità distinte.

Non possiamo nemmeno invitare la gente a regredire fino all’Origine indifferenziata. Non sarebbe possibile vivere in questo mondo.

Dunque, l’esperienza di illuminazione è vedere l’Origine unitaria insieme alla differenziazione individuale.

Quando cerco di cogliere me stesso nella mia interezza, è come se cogliessi solo qualche brandello di me, qualcosa di poco consistente, come afferrare un fantasma. E questo capita a ogni livello, fisico e mentale. In senso fisico, riesco a vedere o a toccare solo alcuni parti di me: le mani, i piedi, la pancia, le braccia, le gambe… ma non il didietro e la faccia. Certo posso specchiarmi o fotografarmi, ma non è un’esperienza diretta. Mi manca sempre l’intero. Invidio gli attori che possono rivedersi, ma anche loro recitano solo una parte e non sono veri. E poi un’immagine non è la realtà percepita direttamente.

Insomma non riesco a percepirmi interamente e direttamente, così come mi vede un altro. Del resto, è inevitabile. Se fossi un altro per me stesso, non sarei me stesso!

A livello mentale, è peggio ancora. Colgo qualche elemento del mio io. Ma il tutto, il quadro d’insieme, mi sfugge sempre. Dunque ho qualche immagine di me. Ma non so chi sono. Per me questo è un problema.

Probabilmente questa incapacità è comune a tutti. Però gli altri non sembrano farci caso e vivono lo stesso senza problemi. Non so come facciano. Si sono abituati a essere alienati.

Quando cerco di vedermi, vedo un oggetto, ma il Vedente mi sfugge sempre. Rimane una soggettività che non può  essere ridotta a oggetto.

Come faccio? Qualche volta, mentre parlo, penso o mi muovo, cerco di cogliermi di sorpresa. Ma colgo solo un’immagine, un ricordo, mentre mi sfugge l’insieme.

Così, tra un agguato e l’altro, ho deciso di mettermi tranquillo e di osservarmi o sentirmi. Questa per me è la meditazione. Cogliere o meglio ancora essere l’intero.

3 commenti:

  1. Mi permetto di raccontare la mia esperienza, che forse è proprio quello che dice Lei nell'ultimo paragrafo: per me, per poter sentire la propria interezza, bisogna esserci, mentre cucino, mentre cammino, mentre lavo i piatti...ogni gesto diventa un gesto sacro, ogni fare arriva così dal proprio Essere...ma se mentre pulisco penso alla spesa da comprare, mi sono persa quell'unico momento magico in cui mi potevo sentire viva, vera, guidata e magari anche serena e beata, perchè vivendo nella propria Essenza non ci sono problemi, ma solo momenti e situazioni che si susseguono...certo, poi anch'io ricado nel trovarmi sequestrata dai pensieri sul passato e futuro, da giudizi su di me e altri, da preoccupazioni e altro, ma poi, diventandone consapevole, ritorno a percepire la mia presenza qui...e quella, per me, è sempre intera e vivere diventa leggero e spensierato, nel vero senso della parola...
    Grazie dell'ascolto.
    Alexandra

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  2. Dovrebbe essere così per tutti. Essere interamente presenti in quel che si fa. E' questa la condizione del bambino. Ma la vita ci insegna a essere multitasking, cioè dividere la nostra attenione fra tante cose. Il risultato è che non godiamo niente a fondo. Se riesce a essere presente ogni tanto, meglio per lei. Ha capito che cos'è la meditazione. Non dobbiamo perdereil contatto con la nostra Essenza, l'unica cosa in cui siamo veri.

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  3. Grazie per la Sua risposta incoraggiante! Mi da conferma che sono sulla strada giusta...
    Alexandra

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