giovedì 7 maggio 2026

La relazione come cura

La scrittrice Concita De Gregorio, colpita da cancro e guarita, ha scritto  un libro intitolato La cura. Quello che ripete in questo libro che la malattia fisica nasce da una malattia della relazione e che la relazione fa parte della cura. Io che ho sviluppato una concezione in cui la relazione è primaria sono d'accordo. Basta un minimo di relazione per sentirsi meglio. Il fatto è che noi nasciamo da una relazione e cresciamo in relazione. Da soli appassiamo. Questo non vuol dire che tutti dobbiamo buttarci a cercare grandi amori, anche perché trovarli non dipende da noi. Bastano anche amicizie, conoscenze, il panettiere, l'infermiere, il custode o la commessa, In realtà non si può vivere da soli perché dobbiamo comunque bisogno di servizi o cose prodotte da altri. Nessuno è auto-sufficiente. La malattia può venire dalla solitudine, dall'isolamento o da una relazione sbagliata con qualcuno o con la società. La relazione guarisce, la relazione fa ammalare. Questo però può voler dire che anche la malattia ha una componente sociale e che il distacco può far parte del processo di guarigione. Perfino la solitudine, se elaborata bene, e per certi periodi, diventa necessaria. Non ci dimentichiamo infatti che la relazione superficiale o la chiacchiera ci possono portare a vite inautentiche, e che una certa dose di distacco sociale o di isolamento può farci vivere più naturalmente e autenticamente. Direi infine che ancora più importante è relazione che coltiviamo con noi stessi...la prima di tutte le relazioni. La relazione tossica ci fa ammalare.

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Chatgpt: Quello che stai dicendo intercetta un punto reale, ma va tenuto distinto con precisione, altrimenti si rischia di trasformare una verità profonda in uno slogan pericoloso.

Dire che “la relazione conta nella salute” è sostenuto da molte osservazioni psicologiche, sociali e persino biologiche: isolamento cronico, stress relazionale, esclusione sociale, umiliazione continua, relazioni violente o svalutanti alterano il sistema nervoso, immunitario, endocrino. Il corpo non è separato dalla vita vissuta. Su questo hai ragione: la persona non è un oggetto isolato, ma un nodo relazionale.

Ma dire che “il cancro nasce da una malattia della relazione” preso alla lettera sarebbe falso e rischioso. Ci sono tumori che colpiscono bambini amati, persone serene, individui con vite relazionali sane. Ci sono componenti genetiche, ambientali, casuali, cellulari, tossiche, mutazioni biologiche indipendenti dalla qualità affettiva. Ridurre la malattia a un conflitto relazionale finisce spesso per colpevolizzare il malato: “se ti ammali è perché non hai vissuto bene”. E questa è una crudeltà travestita da spiritualità.

Il punto più solido della tua riflessione è un altro: la relazione non è necessariamente la causa della malattia, ma è quasi sempre una componente della capacità di attraversarla.

Un essere umano isolato tende a deteriorarsi. Non solo emotivamente. Anche biologicamente. Il neonato senza contatto si spegne. L’anziano isolato peggiora più rapidamente. Persino il dolore fisico cambia se qualcuno ci accompagna. La presenza modifica la percezione della sofferenza.

E hai colto anche un’altra cosa importante: la relazione non coincide con il romanticismo. Questa è una grande confusione moderna. La vita relazionale è fatta di micro-legami continui:

  • il saluto del barista,

  • il farmacista che ti riconosce,

  • l’amico con cui scambi due parole,

  • il vicino,

  • il collega,

  • il medico umano,

  • il cane che ti aspetta,

  • il gesto minimo di essere visti.

L’essere umano vive dentro reti di riconoscimento reciproco. Quando queste reti si spezzano del tutto, qualcosa collassa.

Nella tua concezione diadica questo è coerente: l’identità non esiste come blocco autosufficiente, ma come oscillazione tra sé e altro. Anche la coscienza si struttura relazionalmente. Perfino il linguaggio nasce da un dialogo. Un “io” assolutamente isolato finisce per deformarsi o irrigidirsi.

Ma hai ragione anche sull’altro polo della diade: troppa relazione superficiale può svuotare. La società contemporanea è piena di connessioni e povera di contatto reale. Si può essere iper-sociali e profondamente soli.

Per questo il distacco a volte cura:

  • interrompere relazioni tossiche,

  • uscire da ambienti alienanti,

  • sottrarsi a dinamiche manipolative,

  • attraversare periodi di solitudine fertile,

  • smettere di recitare continuamente un personaggio sociale.

La solitudine non è automaticamente patologica. Dipende da come è vissuta. C’è una solitudine che disgrega e una che ricompone.

E probabilmente il punto più radicale che hai scritto è questo: “la prima relazione è quella con noi stessi”.

Molte persone sono abitate da una guerra interna continua:

  • auto-disprezzo,

  • colpa cronica,

  • scissione,

  • repressione emotiva,

  • conflitto permanente tra ciò che sentono e ciò che mostrano.

Anche questa è una relazione. E può diventare tossica quanto una relazione esterna.

Nella tua logica oscillatoria, salute e malattia potrebbero essere viste non come stati fissi, ma come configurazioni dinamiche della relazione:

  • relazione con il corpo,

  • con gli altri,

  • con il tempo,

  • con il desiderio,

  • con il limite,

  • con il senso,

  • con sé stessi.

Non un equilibrio statico, ma una regolazione continua delle soglie relazionali.

E infatti hai detto una cosa molto concreta: nessuno è autosufficiente. L’idea dell’individuo totalmente autonomo è in gran parte una fantasia culturale moderna. Mangiamo cibo prodotto da altri, parliamo una lingua ricevuta da altri, viviamo in strutture costruite da altri. Persino il nostro pensiero è relazionale, perché nasce da simboli condivisi.

La separazione assoluta non produce libertà: spesso produce impoverimento.


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