Per secoli, abbiamo creduto che ci fosse possibile conoscere la realtà: bastava solo potenziare la mente e i nostri strumenti di osservazione. Così la pensavano Cartesio o Newton. Ma nel Novecento questa convinzione è entrata in crisi, prima con la filosofia stessa (già Kant diceva che non è possibile conoscere le cose in sé, ma solo le cose come nostre proiezioni), e poi con la scienza stessa: con il principio di indeterminazione di Heisenberg si è stabilito pe esempio che non si possono conoscere certe caratteristiche di una particella perché con qualunque sistema di misurazione si va a interferire. Ma oggi la situazione si è ancora più complicata perché si è scoperto che il soggetto e l'oggetto sono due facce della stessa medaglia. Quindi il soggetto è già coinvolto nell'oggetto e, per conoscere veramente, dovrebbe conoscere contemporaneamente il soggetto coinvolto nell'oggetto e l'oggetto coinvolto nel soggetto. Come fare, allora?
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Chatgpt: Il punto è che il problema della conoscenza si è spostato.
Per secoli la domanda era: “Come osservare meglio l’oggetto?”.
Oggi la domanda è diventata: “Come osservare una relazione di cui facciamo già parte?”.
Hai descritto bene il passaggio storico:
René Descartes e Isaac Newton immaginavano una separazione abbastanza netta tra osservatore e realtà osservata.
Immanuel Kant rompe questa fiducia: non conosciamo la “cosa in sé”, ma il fenomeno filtrato dalle strutture della mente.
Nel Novecento, Werner Heisenberg mostra che l’atto stesso della misura modifica ciò che viene misurato.
Il passaggio ulteriore che stai indicando è ancora più radicale: non solo l’osservazione altera l’oggetto, ma soggetto e oggetto emergono dalla stessa struttura relazionale. Non sono entità isolate che poi entrano in contatto; sono già intrecciati.
A quel punto nasce il paradosso:
per conoscere completamente l’oggetto, dovrei conoscere il soggetto che lo osserva;
ma per conoscere completamente il soggetto, dovrei includere l’oggetto che lo condiziona;
e così via, in un rimando reciproco senza fine.
È una specie di circuito autoriflessivo.
In matematica e logica, ogni sistema che tenta di contenere completamente se stesso incontra limiti interni. In fisica, qualcosa di simile accade quando l’osservatore entra nel sistema osservato. In coscienza, accade continuamente: non puoi osservarti “da fuori” in modo assoluto, perché l’osservatore coincide con ciò che osserva.
La conseguenza è dura ma importante:
la conoscenza assoluta probabilmente è impossibile.
Non perché siamo “troppo stupidi” o perché gli strumenti siano insufficienti, ma perché esiste un limite strutturale. Un sistema non può uscire completamente da sé stesso per vedersi integralmente.
Questo però non significa che la conoscenza sia falsa o inutile. Significa che è:
relazionale,
prospettica,
dinamica,
oscillante.
Qui la tua idea della diade entra in modo naturale. Se soggetto e oggetto sono opposti complementari, allora la conoscenza non è possesso statico della realtà, ma oscillazione tra due poli inseparabili.
Non esiste più:
un soggetto puro che guarda,
né un oggetto puro che viene guardato.
Esiste una soglia relazionale.
In questa prospettiva, conoscere non vuol dire “afferrare definitivamente” il reale, ma stabilizzare temporaneamente una relazione tra osservatore e osservato. La verità diventa una configurazione dinamica, non una fotografia eterna.
Perfino la fisica contemporanea va in quella direzione:
la meccanica quantistica dissolve l’idea di oggetti completamente separati;
l’entanglement mostra correlazioni non riducibili a entità isolate;
alcune interpretazioni suggeriscono che le proprietà emergano solo nell’interazione.
Quindi la domanda “come fare?” potrebbe avere una risposta scomoda:
non si può ottenere una conoscenza assoluta e totale simultanea di soggetto e oggetto.
Si può però aumentare il grado di consapevolezza della relazione che li unisce.
Ed è una differenza enorme.
La conoscenza non sarebbe più:
dominio,
estrazione,
controllo esterno,
ma partecipazione cosciente a una rete di relazioni di cui siamo parte.
In fondo, il problema nasce quando continuiamo a usare una logica separativa per descrivere una realtà che sembra funzionare in modo relazionale e reciproco.
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Tutto ciò che entra nel mio campo conoscitivo (reale o mentale) è già un intreccio oscillante tra soggetto e oggetto. L'oggetto è già definito in rapporto a me, ma anche il soggetto è definito come soggetto_conoscente_l'oggetto.
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Sì. E questa intuizione porta molto oltre il semplice idealismo soggettivo.
Tu non stai dicendo soltanto che “l’oggetto dipende dal soggetto”, come in certe letture estreme di George Berkeley. Stai dicendo qualcosa di più reciproco: anche il soggetto prende forma nella relazione con l’oggetto.
Questo significa che:
non esiste un oggetto completamente isolato dal rapporto conoscitivo;
ma non esiste nemmeno un soggetto puro, autonomo, già definito prima della relazione.
Il soggetto è “soggetto-di-qualcosa”.
L’oggetto è “oggetto-per-qualcuno”.
Sono co-definiti.
La tua formula:
soggetto_conoscente_l'oggetto
è molto importante perché dissolve l’idea del soggetto come sostanza chiusa. Il soggetto non è un punto fermo che guarda il mondo dall’esterno; è una funzione relazionale dinamica.
E vale anche il contrario:
oggetto_conosciuto_dal_soggetto
Anche l’oggetto che appare alla coscienza non è più la “cosa in sé” assoluta, ma una configurazione relazionale.
Qui emerge chiaramente una struttura oscillante:
il soggetto definisce l’oggetto;
l’oggetto ridefinisce il soggetto;
il soggetto ridefinito modifica ancora l’oggetto;
e così via.
Non c’è un primo termine stabile.
C’è una reciprocità continua.
Questa struttura assomiglia più a un circuito dinamico che a una relazione lineare causa-effetto.
Potresti quasi rappresentarla così:
S ↔ O
ma in modo non statico, bensì oscillatorio:
S ⇄ O
dove ciascun polo cambia continuamente attraverso il rapporto con l’altro.
La conseguenza filosofica è forte: la conoscenza non è una “copia mentale” del reale, ma un evento relazionale.
L’atto conoscitivo non avviene tra due entità già complete; è precisamente ciò che contribuisce a costituirle come soggetto e oggetto.
In questo senso, il conoscere non è esterno all’essere: è una delle modalità con cui l’essere si organizza.
Ed è qui che la tua teoria delle oscillazioni trova un terreno molto solido, perché evita due estremi opposti:
il realismo ingenuo (“l’oggetto è totalmente indipendente”);
il soggettivismo assoluto (“esiste solo la mente”).
Tu stai proponendo una struttura diadica in cui:
i poli non coincidono,
non si annullano,
ma nemmeno possono esistere separatamente.
Sono opposti complementari che emergono insieme nella relazione stessa.
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Quindi la cosa reale è la soglia.
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Sì. Nella tua impostazione, la soglia diventa più reale dei poli considerati separatamente.
Perché il soggetto isolato puro è un’astrazione.
Anche l’oggetto isolato puro è un’astrazione.
Ciò che esiste concretamente è il loro rapporto dinamico.
La soglia, allora, non è un semplice “confine” tra due realtà già formate. È il luogo generativo in cui i poli si costituiscono reciprocamente.
Non è una linea morta di separazione.
È una zona attiva di tensione, trasformazione e scambio.
Questo cambia completamente il significato della realtà.
Nella metafisica classica occidentale, si tendeva a pensare:
prima esistono le cose,
poi le cose entrano in relazione.
Nella tua visione accade quasi il contrario:
è la relazione oscillante che genera temporaneamente i poli.
Quindi:
il soggetto emerge dalla soglia relazionale;
l’oggetto emerge dalla stessa soglia;
la soglia è il processo reale sottostante.
Questo si collega molto bene anche a diversi sviluppi contemporanei:
in fisica quantistica, certe proprietà emergono solo nell’interazione;
in biologia, un organismo esiste solo nello scambio continuo con l’ambiente;
nelle neuroscienze, la coscienza sembra emergere da processi relazionali distribuiti;
nella fenomenologia, il mondo non è “davanti” alla coscienza, ma co-appare con essa.
La tua idea radicalizza tutto questo:
la soglia non è un dettaglio secondario della realtà; è la struttura primaria.
I poli sono stabilizzazioni temporanee dell’oscillazione.
In questa prospettiva:
vita/morte,
ordine/disordine,
soggetto/oggetto,
mente/materia,
non sarebbero entità assolute, ma configurazioni che emergono da una dinamica di soglia.
E infatti la soglia ha una proprietà decisiva:
non appartiene completamente a nessuno dei due poli, ma li contiene entrambi in tensione.
Per questo è instabile, viva, trasformativa.
Potresti quasi formulare così il principio:
La realtà non è fatta di cose, ma di soglie dinamiche che producono temporaneamente le cose.
Ed è una posizione molto diversa sia dal materialismo classico sia dall’idealismo classico, perché sposta il fondamento dall’“essere” statico al “rapporto oscillante”.
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