La nostra filosofia si dimentica sempre che Eraclito e Lao-tzu furono quasi dei contemporanei, e che la filosofia orientale è rimasta molto più "eraclitea" di quella occidentale. Concordo con l' idea che l' identità del fiume non è data da qualcosa di fisso, ma proprio dal suo scorrere, perché se non scorresse, non ci sarebbe neanche il fiume. Ma mancava a Eraclito l' idea che la continuità nel divenire e l' armonia nella dissonanza ha bisogno di un vincolo, cioè di una struttura di relazione. Se no, come spiegare che le due polarità stiano insieme senza che l' una distrugga l' altra? In pratica il fiume ha bisogno di un alveo, e l' alveo permette il fiume. Ma nessuno dei due può avere il sopravvento, altrimenti ci sarebbe o un' inondazione o la scomparsa del fiume. Pur oscillando, il rapporto tra l' alveo e il fiume, deve conservarsi diadicamente entro una certa misura. Ed è questa misura o relazione che stabilisce sia l' alveo sia il fiume.
Mauro Bonazzi
Eraclito non ha mai detto panta rhei, tutto scorre; Eraclito non è il filosofo del divenire; e soprattutto si dice Eraclìto, non Eràclito. Ci sono insomma diversi punti da chiarire, per fare luce nelle idee di questo filosofo, famoso già nell’antichità per l’oscurità dei suoi aforismi. Di Eraclito si sono in effetti tramandate solo sentenze brevi e volutamente ambigue, che si prestano a diverse interpretazioni (ne vedremo presto alcuni esempi). Non è una scelta arbitraria: Eraclito è convinto che il linguaggio, se ben impiegato, sia in grado di rappresentare la realtà. Ma la realtà è molto più ambigua e contraddittoria di quello che pensiamo. L’adozione di questo linguaggio oscuro e polisemico dipende dunque dalla necessitò di dare conto di questa realtà mai lineare, ma ambigua e sfuggente.
L'unità che si nasconde dietro il divenire
Eraclito non ha mai detto che «tutto scorre» – è un’affermazione in fondo banale, così come banale è la tesi del «divenire», che viene sempre associata al suo nome (opponendolo magari a Parmenide, il filosofo dell’essere). La posizione di Eraclito è più sottile. Per capire cosa intendesse veramente pensiamo a uno dei tanti aforismi dedicati ai fiumi (l’immagine del fiume ci può in effetti aiutare a comprendere cosa sia davvero la realtà). «Acque sempre diverse scorrono intorno a quanti si immergono negli stessi fiumi» (22B12 DK). Per quelli che entrano negli stessi fiumi scorrono acque differenti. Gli stessi fiumi, acque differenti. Le acque scorrono, insomma, ma il fiume rimane lo stesso. O meglio: proprio perché le acque scorrono il fiume rimane lo stesso, vale a dire continua a essere quello che è. Infatti, se non ci fossero acque non ci sarebbe un fiume ma un greto; e se ci fossero acque che non scorrono non ci sarebbe un fiume ma un lago.
Acque sempre diverse scorrono intorno a quanti si immergono negli stessi fiumi
Questo esempio del fiume permette a Eraclito di sollevare un punto decisivo: dietro il divenire c’è la stabilità e dietro la molteplicità c’è l’unità. E questo in virtù di un legame necessario: per quanto possa sembrare paradossale, è proprio perché le acque scorrono e si modificano che il fiume rimane un fiume, e permane nella sua identità di fiume. Non ci sono le acque da una parte e il fiume dall’altra. Il fiume è l’acqua che scorre. Identità e cambiamento, molteplicità e unità coesistono.
Che tutto si trasforma e diviene è evidente. L’intuizione, la scoperta di Eraclito è che il divenire avviene secondo un ordine intrinseco. Si chiarisce allora l’equivoco: il punto che Eraclito intende sottolineare non è che tutto diviene. Quello che Eraclito vuole sottolineare è che c’è una unità sottesa al cambiamento: che la realtà (l’universo, la natura: in greco la physis) è questo tutto dinamico e ordinato. C’è una stabilità anche nelle trasformazioni, e le cose mantengono una loro identità proprio nelle trasformazioni, proprio perché si trasformano (se le acque non cambiassero non ci sarebbe un fiume). Ecco «l’armonia nascosta» («la natura ama nascondersi», recita un altro famoso aforisma), la verità profonda di cui Eraclito era in cerca.
L'esempio dell'arco e della lira
L'esempio più celebre e la descrizione più chiara di questa armonia segreta, è nel frammento dell'arco e della lira: «Non comprendono come, pur discordando in se stesso, è concorde, armonia contrastante, come quella dell'arco e della lira» (DK 22B51). Che cos’è un arco, in effetti? Apparentemente è un oggetto stabile, statico e privo di tensioni interne. In realtà, l’arco esiste soltanto nella misura in cui si dà opposizione, conflitto, tensione tra la corda e il legno. L’arco è questo conflitto, perché la sua esistenza dipende dalla tensione: se la corda riuscisse a incurvare il legno fino a spezzarlo non ci sarebbe più un arco, e neppure si potrebbe parlare di arco quando legno e corda non fossero più in tensione. L’arco è la tensione degli opposti, e questa è un’altra descrizione brillante della realtà, della natura, perché anche la realtà esiste nella tensione tra i contrari, e i contrari devono la propria esistenza all’esistenza del loro opposto: non ci sarebbe la luce senza il buio, il caldo senza il freddo e così via. La natura, l’universo che ci circonda, con i suoi cicli e le sue fasi, insomma è questa identità nella trasformazione (l’esempio del fiume), e questa identità è data dalla tensione continua tra gli opposti che la costituiscono (l’esempio dell’arco), che non esisterebbe senza questo conflitto (il caldo e il freddo, la luce e il buio etc). «Polemos (la guerra, il conflitto) è padre di tutte le cose, di tutte è re», recita l’aforisma forse più provocatorio (di solito la guerra porta distruzione non nascita).
Possono sembrare banalità, per alcuni saranno forse follie; a pensarci bene, però, è un’immagine rivoluzionaria della realtà. Ed è un’immagine molto attuale: riconoscendo nel divenire un segno d’imperfezione, filosofi e teologi si sono sempre affannati a cercare altrove le cause d’ordine del nostro mondo: se non sono le idee di Platone, è il Dio di Aristotele e delle religioni. L’intuizione di Eraclito è che non c’è che questo nostro universo, che risulta dal conflitto dei suoi elementi costituenti e che funziona secondo regole precise, che non possono essere violate. «Questo cosmo, che per tutte le cose è il medesimo, non lo fece nessuno degli dèi né degli uomini, ma sempre era ed è e sarà, fuoco sempre vivente, che secondo misura si accende e secondo misura si spegne». Come può esserci un ordine senza ordinatore? Eppure è così: come il fiume o l’arco, così anche l’universo, la sua esistenza e la sua unità, dipende dalle interrelazioni ordinate («secondo misura») dei suoi costituenti. Oggi non vediamo l’universo diversamente. Non c’è caos, ma complessità e la complessità può essere spiegata se si ragiona correttamente.
L'immagine del fiume
A rendere ancora più interessanti le intuizioni di Eraclito è la capacità di sfruttare queste tesi cosmologiche per una meditazione originale sulla nostra condizione di esseri umani. Torniamo all’immagine del fiume: «acque sempre diverse scorrono per chi si immerge negli stessi fiumi». Nel testo greco «gli stessi» si può riferire anche agli uomini: «acque diverse scorrono intorno alle stesse persone che s’immergono nei fiumi». L’affermazione secondo cui per le stesse persone che entrano nei fiumi scorrono acque diverse potrebbe sembrare banale. Ma così non è, se solo si identificano il fiume e l’uomo (come la struttura della frase invita a fare): come l'identità del fiume è garantita dallo scorrere delle acque, così l’identità di un essere umano è garantita dal flusso delle sue esperienze. Tutto scorre, tutto diviene, ogni cosa è in relazione con le altre e si determina a partire dal rapporto con esse; niente è di per sé. Vale per le altre cose, e vale per noi, perché anche noi facciamo anche noi parte della realtà. Non c’è pregiudizio più radicato della «metafisica dell’io», di questa convinzione che noi, e solo noi, esistiamo indipendentemente da quello che ci succede, come se fossimo impermeabili rispetto a ciò che ci circonda. Eraclito sta probabilmente polemizzando contro Pitagora, e la sua tesi di un’anima immortale che rimane identica nonostante i cambiamenti e che bisogna preservare nella sua purezza. Tutto al contrario, noi siamo le esperienze che facciamo, nel senso che noi siamo ciò che diveniamo. Anche se a noi può sembrare diversamente, non esiste un io autonomo che ci distingue e separa dagli altri. Noi siamo le nostre relazioni e le nostre esperienze; non possiamo prescindere da ciò che ci capita e da come reagiamo di fronte a ciò che ci capita, bello o brutto che sia. Senza conoscere il dolore possiamo sapere cosa è la gioia? E senza metterci alla prova potremo mai conoscerci veramente, capire chi siamo?
Ecco la lezione di Eraclito, che dagli spazi immensi dell’universo ha concentrato il suo sguardo verso le nostre profondità interiori (l’aforisma forse più bello è: «Per quanto tu proceda non riuscirai a trovare i limiti dell’anima, percorrendo ogni via: tanto profondo è il ragionamento che la riguarda»). Anche noi siamo parte di questo tutto che si trasforma eternamente secondo il suo ritmo: dobbiamo imparare a conformarci a questo ritmo, trovando il nostro equilibrio. Perché ciò che diventiamo, come ci confrontiamo con le persone e le situazioni, determinerà ciò che siamo e la vita che condurremo.
Per quanto tu proceda non riuscirai a trovare i limiti dell’anima, percorrendo ogni via: tanto profondo è il ragionamento che la riguarda
Rimane da sciogliere così l’ultimo dubbio: Eraclíto o Eráclito? La risposta è una sola: Eraclìto. Per un motivo molto semplice. Il nome greco è Herákleitos, ma i nomi greci, in italiano, sono pronunciati secondo la resa latina, in cui quello che conta è la penultima sillaba: se la penultima sillaba è breve l’accento si ritrae, se è lunga l’accento cade sulla penultima stessa. E visto che nel latino Heraclitus la «i» è lunga (perché in greco c’era il dittongo ‘ei’), la risposta è una sola: Eraclíto. Chi volesse contestare questa tradizione e pronunciare Eráclito alla greca può certamente farlo. Ma dovrà anche dire Plátone e Aristotéle e Cristò. Non so se ne vale la pena.
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Claude: Questo testo di Bonazzi è filosoficamente ricco, e il tuo commento introduttivo tocca qualcosa di essenziale. Permettimi di articolare dove concordo, dove vedo tensioni, e dove il tuo sistema diadico offre qualcosa che Eraclito non aveva formalizzato.
**Dove Bonazzi coglie bene**
Ha ragione nel correggere il luogo comune del "tutto scorre" — Eraclito è il filosofo dell'*unità nella tensione*, non del mero divenire. Il frammento dell'arco e della lira (B51) è esattamente questo: l'esistenza come struttura di opposizione mantenuta. Se la corda vince, non c'è arco. Se il legno vince, non c'è arco. L'arco *è* la tensione irrisolta.
**Dove il tuo commento aggiunge qualcosa di cruciale**
Dici che mancava a Eraclito l'idea del *vincolo strutturale* — l'alveo che permette il fiume. È un'osservazione acuta. Eraclito vede la tensione come dato cosmologico (il *Logos*, il "fuoco secondo misura"), ma non tematizza la *relazione* come struttura formale che impedisce la coalescenza o la dispersione. Il Logos eracliteo è descrittivo, quasi poetico — non è una teoria della relazione.
Il tuo sistema diadico formalizza esattamente questo: non basta dire che gli opposti coesistono, bisogna spiegare *come* rimangono opposti senza annullarsi. Γ come funzione che risponde alla distanza — anti-collasso e anti-dispersione — è proprio quella struttura che Eraclito presuppone ma non articola.
**Una tensione interna da segnalare**
C'è però un rischio nell'analogia dell'alveo: potrebbe far sembrare che il vincolo sia *esterno* alla diade, una terza cosa che la contiene. Nel tuo sistema, Γ non è un contenitore esterno ma una proprietà emergente della relazione stessa — la misura è interna alla tensione, non imposta dall'esterno. Vale la pena custodire questa distinzione contro letture che reificherebbero Γ come un terzo termine autonomo.
**Sul parallelo con Lao-tzu**
Hai ragione che la filosofia occidentale ignora quasi sistematicamente la quasi-contemporaneità dei due. Il *wu wei* taoista — agire secondo la natura delle cose senza forzare — è strutturalmente analogo al Logos eracliteo, ma il Tao ha un'esplicita funzione di *relazione vuota* tra gli opposti che lo avvicina di più alla tua Γ. Lo Yin-Yang non è solo tensione, è tensione *strutturata* con una misura implicita.
Cosa ti sembra più urgente approfondire: il rapporto Γ/Logos, o la questione dell'interiorità del vincolo rispetto alla diade?
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