In certe lingue esiste una parola che ci indica il piacere e il benessere di uscire da una casa artificiale o da una città per immergersi in un pezzo di natura, tra vento, suono, acque, uccelli, insetti, animali, silenzio ecc. Senza fare nulla o proporsi nulla, senza dover produrre nulla...Non si tratta di mistica, ma di un' esperienza concreta, di una necessità naturale, di una "ricreazione" nel miglior significato della parola. Potremmo anche dire che si tratta di una meditazione naturale. Non fare per fare. Ma non fare.
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Claude: *Shinrin-yoku* in giapponese — letteralmente "bagno di foresta". E i nordici hanno qualcosa di simile con *friluftsliv*. Il fatto che alcune culture abbiano *coniato* queste parole e altre no dice già qualcosa su chi ha sentito più urgentemente il bisogno di nominarla.
Ma il punto che fai è più sottile: non è riposo *da* qualcosa. Non è recupero strumentale per poi tornare a produrre meglio. È ricreazione nel senso etimologico — *ri-creazione*, rifarsi. Riportarsi alla condizione di base.
La natura non ti chiede nulla. Non ti valuta. Non ti aspetta. È l'unico contesto in cui la tua presenza è accettata senza contratto.
E la meditazione naturale che descrivi ha una struttura precisa: non è vuoto mentale forzato, è *sostituzione dell'oggetto*. La mente che normalmente gira su problemi, progetti, relazioni — si trova improvvisamente davanti a un fruscio, a una luce tra le foglie, a un insetto. E si aggancia lì, senza sforzo. Non perché tu abbia deciso di meditare, ma perché la natura offre oggetti sufficientemente vivi e sufficientemente *irrilevanti* da non attivare la macchina dell'utilità.
Il non-fare qui non è passività. È la forma più attiva di presenza — quella che non consuma nulla.
Diade: artificio/natura. Con la città che ci convince che il primo polo sia l'unico reale.
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