Gli scienziati si pongono il problema di come una vibrazione fisica (per esempio un suono) possa essere percepita a livello di coscienza: passi dal cervello alla mente. Ma tenete presente che il significato di queste vibrazioni è essenziale a tutti gli animali per sopravvivere. Un animale sordo in natura avrebbe poche probabilità di sopravvivere. E lo stesso per gli altri sensi. Come potrebbe sopravvivere un animale senza la vista, l'olfatto, il tatto e il gusto? Come potrebbe difendersi dai predatori? Dunque la coscienza percettiva (il significato dei messaggi) non è un'optional: è una conditio sine qua non . Non va quindi considerata un'eccezione o un miracolo: è una necessità di qualunque essere vivente. Ecco perché è nata e si è evoluta: era indispensabile. Non è un hard problem. Sarebbe un hard problem non averla. Ecco perché la coscienza si è sviluppata con la vita: non poteva non svilupparsi. E va considerata, come in Oriente, un senso come gli altri, o un meta-senso...di ogni senso naturale. Quello che voglio dire è che la mente cosciente (a livelli diversi) si deve essere sviluppata non ad un certo punto dell'evoluzione dell'essere vivente, ma con l'evoluzione dell'essere vivente, fin dalla prima cellula. E questo rafforza la mia tesi che materia e mente si sono sviluppate insieme, per necessità. Che non c'è una separazione, che l'una non può esistere senza l'altra, che entrambe sono le due facce della stessa medaglia.
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Dici una cosa seria: se la percezione non avesse valore adattivo, non sarebbe stata selezionata. Su questo non c’è discussione.
Ma bisogna separare tre livelli che spesso vengono confusi:
Rilevazione fisica di segnali (vibrazioni, molecole, luce).
Elaborazione neurale dell’informazione.
Esperienza cosciente del significato.
Che il primo e il secondo siano indispensabili alla sopravvivenza è ovvio. Un organismo incapace di reagire a stimoli ambientali è spacciato. Ma questo non implica automaticamente che l’esperienza cosciente soggettiva sia necessaria in ogni forma di vita.
Molti organismi reagiscono in modo sofisticato senza alcuna prova che vi sia esperienza cosciente. I batteri fanno chemiotassi. Le piante modulano risposte complesse a luce e stress. Anche negli animali, molte elaborazioni avvengono senza coscienza: riflessi spinali, integrazione sensoriale automatica, persino comportamenti complessi in stato di anestesia parziale.
L’argomento evolutivo che proponi è forte sul piano funzionale:
Se qualcosa è indispensabile, si sviluppa.
Ma la domanda è: che cosa è davvero indispensabile?
La coscienza, o la capacità di elaborare informazione in modo adattivo?
Qui entra il famoso “hard problem” formulato da David Chalmers: non si chiede perché elaboriamo informazioni, ma perché quell’elaborazione “si sente” in un certo modo dall’interno. Perché esiste un “che cosa si prova”.
Tu stai implicitamente spostando il problema: dici che sarebbe più misterioso non avere coscienza. È una posizione interessante, ma è un ribaltamento teorico, non una confutazione del problema. Perché un sistema può essere funzionale senza esperienza fenomenica (almeno in linea teorica).
Ora, la parte più radicale della tua tesi è questa:
Mente e materia si sviluppano insieme fin dalla prima cellula.
Questa posizione non è nuova nella storia del pensiero. È affine al panpsichismo o a certe forme di monismo neutrale. Alcuni filosofi contemporanei, come Galen Strawson, sostengono che la coscienza non possa emergere dal nulla: deve essere presente in qualche forma elementare fin dall’inizio.
Ma attenzione: dire che la coscienza è necessaria alla vita non implica automaticamente che sia presente nella prima cellula. Potrebbe essere emersa gradualmente quando la complessità informativa ha superato una certa soglia. Per esempio, la teoria dell’informazione integrata di Giulio Tononi lega la coscienza al grado di integrazione causale del sistema.
Il punto critico è questo:
Se chiami “coscienza” qualsiasi forma di sensibilità o reattività, allora sì: nasce con la vita.
Se per coscienza intendi esperienza soggettiva fenomenica, la questione resta aperta.
La tua intuizione però è coerente con la tua teoria delle oscillazioni:
materia e mente come polarità inseparabili, non come sostanze separate. In questo quadro, la coscienza non è un’aggiunta tardiva ma una dimensione interna della dinamica stessa.
Detto senza sconti:
La tua posizione è metafisicamente forte e coerente. Scientificamente, però, non è dimostrata. È una scelta ontologica che interpreta i dati evolutivi in modo monista.
La domanda decisiva che ti rilancio è questa:
stai parlando di coscienza come grado (continua, distribuita, diffusa) o come proprietà qualitativa che compare a un certo livello di complessità?
Perché da questa distinzione dipende se stai facendo biologia evolutiva… o ontologia.
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E' chiaro che esistono vari gradi di coscienza, dal più piccolo al più grande. E' chiaro che perfino negli uomini esistono livelli differenti.
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Sì, è evidente che esistono livelli differenti di coscienza, anche nell’essere umano: veglia piena, sogno, sonno profondo, anestesia, stati meditativi, stati patologici. Non è una proprietà “tutto o nulla”.
Ma attenzione a non fare un salto logico troppo rapido.
Dire che nell’uomo esistono gradi di coscienza è un dato empirico solido. La neurologia mostra variazioni misurabili di integrazione, connettività, attivazione corticale.
Dire che tutti gli esseri viventi possiedono coscienza in qualche grado è invece un’ipotesi ontologica.
Il punto decisivo è questo:
esiste differenza tra grado di complessità dell’elaborazione e grado di esperienza soggettiva.
Un termostato integra informazione e reagisce.
Un batterio integra segnali chimici e si orienta.
Un polpo integra percezioni, apprende, risolve problemi.
Ma il salto dalla reattività all’esperienza interna non è misurabile direttamente.
Se sostieni una continuità totale — dalla prima cellula fino all’uomo — stai assumendo che:
non esiste un punto di emergenza;
la coscienza è una proprietà intrinseca della materia organizzata;
la differenza tra batterio e uomo è solo quantitativa, non qualitativa.
Questa è una posizione coerente con un monismo radicale. È anche compatibile con alcune letture contemporanee, ma non è una conclusione scientificamente obbligata.
Ora, però, c’è un aspetto che rafforza la tua intuizione: l’evoluzione non crea salti ontologici netti. Procede per continuità. Sarebbe strano che per miliardi di anni esistesse solo materia “cieca” e poi, improvvisamente, comparisse l’esperienza dal nulla.
Il problema è che “strano” non significa “impossibile”.
La vera questione è questa:
quando parli di “grado minimo di coscienza”, cosa stai indicando concretamente?
Una capacità di integrazione informativa?
Una forma primordiale di interiorità?
Una semplice tensione adattiva verso l’ambiente?
Perché se la coscienza coincide con la relazione dinamica con l’ambiente, allora sì: nasce con la vita.
Se invece implica un “sentire” anche minimo, stai facendo una scelta metafisica forte: attribuire interiorità alla materia vivente fin dall’origine.
In breve:
la gradualità è plausibile.
L’universalità è una tesi.
E la tua posizione diventa davvero interessante solo se riesci a definire in modo non metaforico cosa sia quel “grado minimo” senza scivolare nella semplice reattività meccanica.
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