sabato 4 aprile 2026

Il declino dell' Intelligenza umana

Che cosa vi dicevo? Che, contrariamente a quel che credeva Hegel e compagnia bella, ogni progresso in un campo o in certi individui si paga con un regresso nell' altro campo e in altri individui. Non è vero che stiamo andando verso un aumento dello spirito umano. Ovvero, può esserci un progresso in taluni pagato da un regresso in altri. Ad uno sviluppo della scienza e della tecnica in alcuni individui, ecco che si contrappone un regresso dell' intelligenza in altri individui. Del resto, come spiegare che uno come Trump sia stato eletto da milioni di americani? È come si spiega questo ritorno al nazionalismo che ci ha già devastati? Troppa gente sta diventando stupida, semplicemente.

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Lo psichiatra e i chatbot: «Dall'inizio del millennio il QI medio dell'umanità ha iniziato a calare. E le nuove generazioni hanno cadute ancora più marcate»

di Daniele Mencarelli

Il quoziente intellettivo medio dell’umanità aveva continuato a crescere fino alla fine del secolo scorso: poi, dice Marco Bertelli, la brusca inversione di tendenza. «Senza la fatica del pensiero, si abbasserà ancora»


Lo psichiatra e i chatbot: «Senza la fatica del pensiero il nostro qi si abbasserà»

(Vincenzo Progida)



Spesso, nei miei incontri, invito a fare questo gioco che gioco non è: proviamo a riavvolgere il nastro, locuzione da boomer, e a tornare dieci anni indietro nel tempo. Se qualcuno fosse venuto da noi e ci avesse detto tutto quello che sarebbe accaduto nel giro di un decennio, appena un decennio, nessuno gli avrebbe creduto. Una pandemia. Il ritorno della guerra in Europa, per mano della Russia ai danni dell’Ucraina. Il genocidio del popolo palestinese, vittima di un esercito, quello israeliano, che rappresenta lo Stato che meglio di tutti dovrebbe conoscere il senso di questa parola. Genocidio. E poi. Quanti “e poi” aggiungere a questa lista?

Viviamo in un’epoca postdistopica, è questa l’unica definizione che sento mia. Tutta la letteratura di fantascienza, tutte le profezie di scrittori dotati di visione acuminata non fanno un solo giorno di Donald Trump e della sua attività di precisa destrutturazione/distruzione della democrazia per come noi l’amiamo e concepiamo.

Ormai la sue provocazioni viaggiano di pari passo ai conflitti che scatena: i bombardamenti in Iran sono diventati materia per un video in cui i leader iraniani vengono abbattuti come birilli in una partita di bowling. Poche settimane fa, sembrano passati mesi visti i tempi sfrenati, la Casa Bianca aveva diffuso un altro video in cui gli Obama si trasformavano in scimmioni in mezzo alla foresta.

Negli anni passati, riprendiamo il famoso decennio di cui sopra, sarebbe bastato a far dimettere il presidente di una delle nazioni più potenti del mondo. Invece tutto, ormai, rientra in questa dialettica a precipizio, una storia che ripete sé stessa dagli imperatori romani sino a oggi: la politica che diventa dominio, superando il limite della civiltà, anzi, annullandola.

L’unica cosa che si modifichi veramente nella storia sono gli scenari, e qui entra in gioco l’altra grande protagonista della nostra epoca: l’avvento della digitalizzazione.

Restiamo sull’immagine degli Obama, apparsa nel finale di un video postato dalla Casa Bianca e poi rimosso. In molti hanno giustamente gridato allo scandalo, mettendo sulla gogna anche la tecnologia utilizzata per creare quell’immagine. Parlo ovviamente dell’AI. L’Intelligenza Artificiale. In realtà questa critica è assolutamente errata. Quell’immagine, in anni passati, si sarebbe potuta fare con Photoshop, e ancora prima, in piena era analogica, con il lavoro esperto di un montatore. Ma è un dato di fatto: l’intelligenza artificiale, o quella che ci hanno educato a chiamare in questo modo, è l’altra grande protagonista del nostro tempo, la grande frontiera che terrorizza ed esalta insieme.

È proprio su questo che faremo il punto con un interlocutore d’eccezione.

Marco Bertelli è uno psichiatra e psicoterapeuta di fama mondiale, direttore scientifico del CREA — struttura di ricerca e assistenza clinica nell’ambito della salute mentale —, ma staremmo per pagine e pagine a elencare i suoi titoli e le pubblicazioni, aggiungiamo soltanto che nel 2021 ha ricevuto il premio Leon Eisenberg dell’Università di Harvard per l’eccezionale attività di coordinamento e di leadership internazionale nel settore dei disturbi del neurosviluppo.

È da poco in libreria L’intelligenza che non AI, dialoghi sull’intelligenza tra un corpo e un algoritmo, edizioni Il Margine. In questo marasma fatto epoca, un nuovo metro di misura rispetto a questa sfida che rischia, senza retorica né enfasi, di portare l’uomo alla sua distruzione.

Incontro Bertelli nella sua meravigliosa Firenze. La prima domanda non può che partire dal terreno che abbiamo in comune: le parole. La chiave per aprire gli universi dell’umano, quelli interiori e quelli che l’uomo ha prodotto nel corso dei millenni e tramandato.


Lo psichiatra e i chatbot: «Senza la fatica del pensiero il nostro qi si abbasserà»

(Vincenzo Progida) 


Nel suo L’intelligenza che non AI invita a riformulare interamente l’approccio con questa nuova frontiera della civiltà: l’intelligenza artificiale. Ma è proprio da queste due parole accostate, Intelligenza e Artificiale, che parte il suo viaggio, l’invito a una vera rivoluzione rispetto a questa novità che tanti sentimenti contrastanti produce.

«L’intelligenza umana è sempre stata uno degli ambiti principali della mia attività di ricerca e clinica, partendo dalle sue forme difettuali e peculiari, nonché dai problemi psicopatologici che vi si associano. Per entrare nel dettaglio della domanda, le parole “intelligenza artificiale” sono quello che i linguisti definiscono una polirematica, ossia un sintagma formato da più parole che funzionano come un solo lessema, come “carta di credito”, “anima gemella” o — per restare sull’artificiale — “fecondazione artificiale”. In questo caso l’adeguatezza semantica — e ancor più la fedeltà concettuale — del termine risulta ampiamente discutibile. Infatti, mentre la fecondazione artificiale indica una procedura tecnologica attraverso la quale si realizza autenticamente la fecondazione — l’incontro dei gameti —, l’intelligenza artificiale non coinvolge processi tecnologici omologhi a ciò che chiamiamo “intelligenza”, ma esclusivamente operazioni di natura statistica, di calcolo probabilistico e vettoriale. I chatbot, le macchine parlanti come Chat-GPT o Gemini — così come le altre forme di intelligenza artificiale — non hanno nessuna capacità di elaborazione cognitiva autonoma e prima ancora nessuna coscienza di quello che dicono o che fanno. L’espressione “intelligenza artificiale” (AI) ha funzionato ed è entrata nell’uso comune proprio perché abbiamo sempre avuto un’idea distorta e limitata dell’intelligenza».

Una visione alternativa, dunque, che produce di conseguenza una linea di confine fra bene e male diversa da quella prospettata dalla narrazione dominante, qual è il rischio più grande? E di contro il bene che potremmo ricevere? Per usare le sue parole, pensare che l’intelligenza artificiale possa salvarci è l’unica speranza o una disperata utopia?

«I rischi e i vantaggi dipendono dall’uso che ne faremo, a sua volta legato a come ridefiniremo la nostra intelligenza e quella del cosmo in cui viviamo e in cui ci siamo sviluppati. L’intelligenza umana ha manifestato un carattere contraddittorio, anche nel percorso di autoconoscenza, rinunciando all’intuizione di una complessità inafferrabile a favore del bisogno di una riduzione tangibile. Ha creato una misura per sé stessa, il quoziente intellettivo, con l’obiettivo di ottimizzare il proprio percorso educativo, ma senza accorgersi di non avervi incluso le proprie componenti più importanti, come l’intelligenza emotiva, morale o quella spirituale, e senza prevedere che sarebbe stata usata per fini deteriori, come sancire gerarchie di valore fra esseri umani o annullare il confine fra furbizia e immoralità. La storia dell’essere umano sembra indicare che la sua intelligenza abbia scarse possibilità di redenzione e che l’antropocene possa concludersi con una nuova catastrofe per la vita terrestre. In questo giocherà senz’altro un ruolo quella che oggi definiamo intelligenza artificiale: se sapremo usarla bene, con la sua enorme potenzialità, potrà essere una via di salvezza; se invece la useremo male, come abbiamo usato quasi tutto finora — svilendo la componente migliore nella nostra intelligenza — porterà una rapida accelerazione della nostra rovina. Tanto più potente la tecnologia, tanto maggiori devono essere le abilità e le accortezze di chi la usa».


Il suo romanzo-saggio avvince per l’idea con cui lo ha costruito: un dialogo in un futuro prossimo fra un neuropsichiatra di fama internazionale, Liam della Corte, e AIx, oggetto della sua ricerca sull’intelligenza artificiale. Quello che nasce da questo dialogo è un’eccezionale fotografia del rischio e del potenziale che avremmo a disposizione con il giusto approccio, dentro un quadro complessivo, però, che non fa sconti alla deriva che l’utilizzo di questi sistemi di calcolo, perché di questo si tratta, potrebbe scatenare nell’evoluzione umana.

«I dialoghi partono da un piccolo salto di fantasia — forse solo un’estrapolazione di un processo già in atto. La ricerca scientifica ha rilevato che dall’inizio del nuovo millennio il quoziente intellettivo medio dell’umanità, che aveva continuato a crescere fino alla fine del secolo scorso — il famoso effetto Flynn — ha fatto registrare una brusca inversione di tendenza. Dall’avvento dell’intelligenza artificiale, le nuove generazioni mostrano già cadute ancora più rapide e marcate. Dunque, ho immaginato che in un futuro prossimo, nella maggior parte del mondo, il numero di persone con difficoltà logiche, deduttive, analitiche, ma anche creative, emotive, morali e spirituali, sarà aumentato ulteriormente, così tanto da assumere le dimensioni di una “deriva intellettiva” globale, e rappresentare un’urgenza d’intervento socio-sanitario. Il vero pericolo non sta tanto nel fatto che l’AI ci rubi le nostre professioni, la nostra intelligenza o che voglia assoggettarci, quanto nella nostra inconscia disponibilità a esporci, giorno dopo giorno, parola dopo parola, a una sorta di “addestramento” alla passività intellettuale, all’assuefazione alla rinuncia alla fatica del pensiero e della coscienza, trasformandoci in individui inclini a riprodurre acriticamente e a non interrogarsi».


Torniamo alle parole. Ce n’è una costantemente tirata in ballo nel vaniloquio della cronaca politica e non solo: educazione. L’Italia soccombe per mancanza di educazione. Anzi, educazioni. Potrebbe dirci come dovremmo approcciare, seguendo la sua rilettura del fenomeno AI, a questa nuova frontiera che tanto preoccupa? Penso ai tanti genitori che leggeranno, consapevoli che questa nuova frontiera sarà uno dei temi del futuro che riguarderà i loro figli.

«Educare, oggi, significa prima di tutto aiutare a sviluppare coscienza, etica e spiritualità, quest’ultima nella sua accezione più ampia. L’intelligenza artificiale non impone tanto una nuova alfabetizzazione tecnica, quanto una rieducazione dell’umano. Per troppo tempo abbiamo insegnato, spesso con i fatti più che con le parole, che essere intelligenti significhi imporsi, primeggiare, performare, saper sopravvivere nella giungla, godere prima e più possibile perché la vita è breve o illusoria. È esattamente questa visione riduttiva dell’intelligenza che rende l’AI al tempo stesso così affascinante e così pericolosa. In questa prospettiva, il rischio educativo dell’AI non è tanto l’errore, quanto la delega e l’omologazione, soprattutto negli elementi più importanti per lo sviluppo dell’intelligenza umana nelle sue diverse forme, come la formulazione autonoma dei problemi, la tolleranza della frustrazione, la regolazione delle emozioni, il confronto con il limite e con l’esistenza degli altri. Di fronte a questa nuova frontiera, dovremmo dunque rieducare alla relazione e alla consapevolezza di essere parte di un cosmo in equilibrio reciproco. Si è davvero intelligenti solo quando si riesce a combinare la propria soddisfazione con il bene comune e con il rispetto di ciò che ci prescinde».

«Tanto più potente la tecnologia, tanto maggiori devono essere le abilità e le accortezze di chi la usa». Lascio Marco Bertelli con questa frase nella mente. L’accortezza rispetto all’uso dello strumento, in questo caso l’intelligenza artificiale.

La domanda la faccio a me stesso: io sono in grado di approcciare, e soprattutto utilizzare, questo strumento con la giusta e dosata accortezza? Sì. Almeno razionalmente. Però qualcosa non torna. Non nello strumento, ma in chi lo utilizza, in questo caso il sottoscritto. Almeno in un paio di circostanze, il dialogo che fra me e l’intelligenza artificiale ha creato un corto circuito, un nonsense doloroso, per certi aspetti tragico. L’AI è stata talmente disponibile e precisa, accurata, servizievole, da indurmi a guardarla in modo diverso da quel che è, non un modello statistico di calcolo, ma una vita vera e propria a cui dire grazie. Perché noi siamo fatti per dare e ricevere, e quando riceviamo, siamo portati istintivamente alla gratitudine. Ma come ringraziare un programma? Questo è il nodo fondamentale.

L’intelligenza artificiale è quanto più simile all’umano mai prodotto, ma non è umana. È un modello statistico di calcolo, lo abbiamo detto e ridetto, e per sua natura tutto diventa informazione da incamerare ed elaborare. Prendiamone atto. Stiamo trasformando anche la gratitudine in un dato statistico.


 

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